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Testi di Gino Adamo. Pagina realizzata da Luigi Farina (lfarina52@hotmail.com)

Data ultima revisione: 7 Ottobre 2001

Rubriche - Attualità gastronomiche


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Secondo una recente indagine starebbe tornando in auge in Italia la cucina casereccia. Ma, francamente, non ne abbiamo mai dubitato. Non occorreva un’indagine nazionale per sapere che la cucina semplice, sana, dagli odori e sapori vivi e genuini, è la cucina casereccia: quella che sta a cuore agli italiani. Solo che oggi, assediati come siamo dai fast-food, diventa sempre meno facile scovarla, e per le ultime generazioni si tratta di conoscerla: per apprezzarla.

Ma, in fondo, cos’è la cucina casereccia se non la cucina povera dei nostri nonni, soprattutto quelli che vivevano e faticavano in campagna, nei piccoli, sperduti paesini di un’Italia ora pressochè scomparsa. Indubbiamente oggi, in tempi di cibi manipolati, transgenici, in epoca di "mucche pazze" e di incombenti contaminazioni dovuti ad una chimica insidiosa, quella cucina antica e sana, che sa di casa su uno sfondo di orti e di colline fertili, rappresenta un momento di vera riconciliazione con il cibo naturale, che per tanti è di scoperta mentre per altri è di rivisitazione, per rivivere un’atmosfera di gastronomia familiare che sa di buono, di autentico. I suoi piatti tipici sono ai primi posti nella hit parade dei buongustai italiani. In pratica si tratta della grande maggioranza degli abitanti del Bel Paese: secondo i risultati di un'indagine Cirm, sarebbero ben il 96 per cento coloro che scenderebbero in campo in difesa di una cucina tipica, nazionale, da riscoprire e rivalutare. I piatti tipici della cucina casereccia si sono piazzati al primo posto nel 76 per cento dei casi: riscontrati decisamente migliori per sapore, genuinità e sicurezza alimentare.

L'indagine, commissionata dalla Fipe (Federazione Italiana Pubblici Esercizi) e dall' Arsial-Regione Lazio, ha offerto un'esauriente quadro sui gusti gastronomici degli italiani. In particolare, a tavola oltre il 71 per cento delle famiglie consuma, almeno una volta la settimana, un piatto tipico della zona in cui risiede, ma i segni di una "non cultura alimentare" non mancano; sono, anzi, ancora evidenti. In base all’indagine il cinque per cento della popolazione non conosce il prodotto tipico o lo confonde con il "biologico".

Ma nel complesso gli italiani restano, comunque, un popolo di buongustai, anche se di palato solitamente molto critico. Per il 38 per cento tipicità significa due cose: che "la ricetta sia tradizionale di una certa zona o regione" e che "le procedure seguite per realizzarla rispettino la tradizione". E al limite si può chiudere un occhio se i prodotti utilizzati non sono proprio originali (21 per cento con una punta del 24 per cento tra gli intervistati del Centro Italia).

Per quanto riguarda, invece, la valorizzazione della tipicità si tratta di una realtà già affermata nell’agriturismo (38 per cento) e in casa (30 per cento), mentre solo un otto per cento ha citato i ristoranti (9 per cento al Nord, 10 per cento al Centro e 5 per cento al Sud). Da notare, inoltre, come vi sia un 22 per cento di scettici (29 per cento al nord e 15 per cento al sud), secondo i quali "è un pò difficile ovunque trovare la cucina tipica". Ma a conferma del fenomeno di riscoperta della tipicità otto intervistati su dieci (78 per cento al nord, 84 per cento al centro e 80 per cento al sud) giudica importante, nella scelta del ristorante, l’offerta di prodotti e piatti tipici.

 

 

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