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Testi di Gino Adamo. Pagina realizzata da Luigi Farina

Data ultima revisione: 3 Agosto 2001

 

Globalizzazione delle risorse planetarie

EDITORIALE


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          La ricchezza che viene prodotta nel mondo viene distribuita tra i vari stati in maniera diseguale. Una serie di stati, cioè, si appropriano di una fetta della ricchezza nello stesso momento in cui ad altri viene sottratta. Giusto per intenderci chiamiamo imperialisti i Paesi che prendono, e dipendenti quelli che danno.

 

L’origine dell’imperialismo

 

          Si tratta di un meccanismo tutt’altro che recente. Basti ricordare che anche gli imperi del mondo antico mantenevano questo rapporto con i territori dipendenti. L’Impero Romano (ad esempio) esigeva determinati quantitativi di grano dall’Egitto. Altri pretendevano oro, merci, contingenti di soldati … Quando una provincia o una tribù colonizzata si ribellava era la guerra.

 

          L’imperialismo moderno è legato alla nascita del sistema capitalistico. E più precisamente del capitalismo commerciale nel XV secolo. Sino a quel momento vi erano intere aree del pianeta che vivevano indipendentemente senza sostanziali contatti tra loro. Al momento dello sbarco di Colombo in America, accanto alle monarchie europee e all’Impero Ottomano, c’erano ad esempio l’Impero Inca e l’Impero Azteco, in Africa l’Impero Songhay e lo stato d’Abissinia, in Asia innumerevoli entità politiche indipendenti tra le quali l’Impero Ming e le monarchie della penisola indiana. Tra entità contigue vi erano scambi e molto spesso guerre (ad esempio tra il mondo "cristiano" e quello "musulmano"), ma in generale ognuno aveva la propria storia separata dalle altre. All’appuntamento fatidico del 1500, le varie "civiltà" arrivarono, per ragioni che qui non indaghiamo, con gradi diversi di sviluppo economico e quindi militare e tecnologico. Gli europei erano più avanti ed ebbero così la meglio riuscendo ad imporre il proprio dominio sul resto del mondo. Questa lotta per imporre la propria "civiltà" al resto dell’umanità durò quattro secoli: dalla conquista dell’Impero Azteco ad opera dello spagnolo Cortés nel 1519 sino al 1935, quando l’Italia di Mussolini realizzò l’ultimo attacco coloniale, contro l’Abissinia (oggi Etiopia). Durante questo periodo molti dei territori coloniali si resero indipendenti, al prezzo di lotte sanguinose (ad esempio gran parte dell’America Latina si liberò nella prima metà del sec. XIX, ma erano già stati trasformati dall’imperialismo in un’altra cosa. Dalla fine della seconda guerra mondiale sino agli anni settanta una serie di guerre di liberazione portò all’indipendenza politica di gran parte delle colonie (anche se ancora ne permangono alcune: Guyana, Nuova Caledonia, ecc.). Ma, di nuovo, l’imperialismo le aveva comunque plasmate: pur non dominando in maniera diretta, continuava a dominarle economicamente.

 

          In poche parole i Paesi imperialisti non hanno mai abbandonato di propria volontà alcun territorio coloniale, perché lo sfruttamento pareva loro più diretto e semplice, e soprattutto esclusivo. E’ come se un cacciatore di volpi avesse a disposizione un proprio privato territorio di caccia: certo, per lui, meglio così che un territorio aperto anche ad altri cacciatoriDa parte di un imperialismo rinunciare al controllo territoriale diretto significa dichiarare quel posto terreno di caccia anche per gli altri imperialismi. . Facciamo notare di passata comunque che, per la volpe, la differenza non è molta. Dopo la fine del colonialismo i vari imperialismi hanno affinato i loro strumenti di dominio pur in assenza di controllo diretto, ed oggi essi preferiscono di gran lunga questa situazione, assai meno foriera di complicazioni, dispendio di denaro, e creazioni di pericolosi rivoluzionari nazionalisti.

 

          La conquista territoriale, la colonia, alimenta in effetti i malumori tra i diversi imperialismi. I movimenti di liberazione dell’America Latina dell’inizio del XIX ad esempio furono aiutati, nella loro lotta contro gli spagnoli, dagli inglesi. Proprio la volontà da parte dell’imperialismo tedesco e austriaco di assicurarsi territori di caccia che invece erano stati accaparrati dagli altri imperialismi, fu la causa profonda della prima guerra mondiale. Dunque da qualche decennio essi si sorvegliano vicendevolmente perché nessuno torni alla tentazione del colonialismo. Non per questo comunque rinunciano a un ruolo di gendarmi, spartendosi il mondo in zone di influenza, e intervenendo con le armi o altri strumenti. Ad esempio la Francia "controlla" l’Africa subsahariana, gli USA l’America Latina, l’Italia … l’Albania. Ogni tanto litigano: nella crisi che ha coinvolto la regione dei Grandi laghi (Ruanda, Uganda, Zaire, Burundi) è ben leggibile uno scontro sotterraneo tra imperialismo USA, francese, belga, inglese.

 

          Gli imperialismi comunque non rinunciano mai, in nessun caso, alla lotta contro un territorio che si sottrae al dominio del loro sistema economico, dominio che chiamano romanticamente "libertà di mercato". E utilizzano tutti gli strumenti necessari per "aprirli", come dicono loro, anche senza arrivare alla conquista territoriale. Così ad esempio nel 1853 l’ammiraglio statunitense Perry costrinse sotto la minaccia delle cannoniere il Giappone a riaprirsi al commercio internazionale. E la Cina pur non essendo mai stata invasa per intero dagli europei fu spinta dalle guerre dell’oppio (1839-1842 e 1856-1860), mosse da francesi e inglesi, ad aprire i propri porti. Del resto anche la lotta degli USA contro l’URSS durante la guerra fredda non va vista tanto nell’ottica della guerra "ideologica" al comunismo, dato che la burocrazia sovietica dimostrava in maniera plateale una scarsissima voglia di esportarlo, quanto della necessità di aprire immensi territori "al mercato", farne cioè terreno di caccia aperto per gli imperialismi.

 

          I Paesi resisi via via indipendenti dal punto di vista politico, scoprirono ben presto che non lo erano affatto dal punto di vista economico. La presenza straniera aveva devastato le loro potenzialità. Ancora oggi tra i Paesi dipendenti se la cavano meglio in generale quelli che non hanno dovuto subire una lunga permanenza straniera: l’Europa dell’Est, la Cina, la Corea, ecc. La presenza coloniale ha orientato la crescita dell’apparato produttivo di quei Paesi in maniera dipendente. Ad esempio gli inglesi del XIX sec. distrussero l’industria dei tessuti in India, per favorire la propria nel Regno Unito. I sostenitori del modello occidentale chiamano questa situazione: interdipendenza. In fondo, dicono, si tratta di uno scambio alla pari, dato che uno non può vivere senza l’altro. Nella realtà i Paesi dipendenti sono costretti ad esportare poiché, essendo poveri, il loro mercato interno è ristretto e dunque devono orientare la produzione sui bisogni dell’impero. I Paesi imperialisti hanno invece un mercato interno ricco, in grado di assorbire gran parte dei loro prodotti, cioè hanno, in parole povere, dei cittadini in grado di spendere.

 

Paesi imperialisti e Paesi dipendenti oggi

 

          Possiamo dire dunque che intorno alla fine del sec.XIX – inizio XX "i giochi erano fatti". A quell’epoca si ebbero infatti gli ultimi ingressi nella schiera dei Paesi imperialisti, quello del Giappone (che durante la "restaurazione Meiji", approfittando di non essere mai stato devastato da un processo di colonizzazione, compì una vera e propria rivoluzione politico-sociale che portò alla dissoluzione del feudalesimo e alla costituzione di uno stato moderno), del Canada, dell’Australia e della Nuova Zelanda. Poi la porta si è chiusa. Vi sono stati vari altri Paesi che hanno provato in questi decenni ad entrare "nel giro", ad esempio la Corea del Sud, ma hanno fallito perché la distanza che separa ormai i due tipi di Paesi è tale che il gap potrebbe essere colmato solo da specialissime condizioni interne e da forti prestiti. Ma quando una ricchezza è costruita sul debito, quella ricchezza in ultima analisi è la ricchezza del creditore. Ed è quel che è accaduto alla Corea del Sud, additata dieci anni fa a modello da seguire per i Paesi dipendenti, oggi oppressa dai debiti e dalla depressione economica.

 

          Cosa accade invece quando un Paese dipendente viene annesso politicamente a un Paese imperialista? Che il nuovo stato rimane un Paese imperialista, con al suo interno un territorio più "arretrato". E’ accaduto al Meridione ai tempi dell’unità d’Italia, e oggi alla Germania Est dopo il crollo del Muro. L’Unione Europea nel suo allargamento si accinge ad integrare con lo stesso spirito una serie di altri Paesi oggi dipendenti (Polonia, Slovenia, ecc.): essi faranno così parte di un potente blocco imperiale, ma in una posizione nella sostanza subalterna: terreno di caccia esclusivo di chi è già forte.

 

          I Paesi imperialisti sono oggi: gli stati dell’Unione Europea (Portogallo, Spagna, Francia, Germania, Danimarca, Olanda, Belgio, Lussemburgo, Irlanda, Regno Unito, Svezia, Finlandia, Italia, Grecia, Austria) e gli altri dell’Europa Occidentale (Norvegia, Islanda, Svizzera), Canada, USA, Australia, Nuova Zelanda, Giappone. Sono Paesi dipendenti tutti gli altri: quelli dell’Europa Orientale, dell’Asia ad esclusione del Giappone, le piccole isole dell’Oceania, l’Africa, l’America Latina.

 

          Come si riconosce un Paese imperialista da uno dipendente? Ci dobbiamo servire di alcune statistiche. Un buon indicatore è il debito estero. Un Paese indebitato in maniera continuativa e strutturale con i Paesi imperialisti (o i loro organismi internazionali) è certamente dipendente. Alcuni Paesi dipendenti però non sono indebitati: si tratta di territori che per una qualche ragione geopolitica o di altra natura sono finanziati e sovvenzionati dai Paesi imperialisti: è ad esempio il caso di Israele, che crollerebbe subito se gli USA decidessero di tagliare gli aiuti a fondo perduto che eroga annualmente; è il caso anche di Cipro, sostenuto dalla Grecia da un lato e dalla Turchia dall’altro perché ambedue ambiscono a dominarlo. Altri Paesi dipendenti non sono indebitati perché si sono trovati seduti su una qualche "miniera d’oro", una materia prima particolarmente preziosa.

E’ il caso di molti Paesi produttori di petrolio (Kuwait, Brunei, Qatar, ecc.) e con una popolazione così ridotta da non dover sostenere grandi spese al proprio interno; rimangono dipendenti perché non hanno un proprio sviluppo, ma vivono sostanzialmente di rendita: se il petrolio finisse crollerebbero nella miseria in cui si trovavano cinquanta anni fa.

 

 

DEBITO ESTERO

(debito estero come % delle esportazioni, 1998)

Albania

4,5

Gambia

9,7

Nigeria

11,2

Algeria

42,0

Georgia

7,6

Oman

Angola

34,4

Ghana

28,4

Pakistan

23,6

Argentina

58,2

Giamaica

12,8

Panamà

7,6

Armenia

8,9

Giordania

16,4

Papua

8,6

Azerbaigian

2,3

Guatemala

9,8

Paraguay

5,3

Bangladesh

9,1

Guinea

19,5

Perù

28,3

Benin

10,6

Guinea Bissau

25,6

Polonia

9,7

Bielorussia

2,0

Haiti

8,2

Romania

23,5

Bolivia

30,2

Honduras

18,7

Ruanda

16,9

Botswana

2,7

India

20,6

Russia

12,1

Brasile

74,1

Indonesia

33,0

Senegal

23,2

Bulgaria

22,1

Iran

20,2

Sierra Leone

18,2

Burkina Faso

10,7

Iugoslavia

Siria

6,4

Burundi

40,0

Kazakistan

13,0

Slovacchia

15,9

Cambogia

1,5

Kenya

18,8

Somalia

Camerun

22,3

Kirghizistan

9,4

Sudafrica

12,2

Ceca, repubblica

15,2

Laos

6,3

Sri Lanka

6,6

Centraficana, Rep.

20,9

Lesotho

8,4

Sudan

9,8

Ciad

10,6

Lettonia

2,5

Swaziland

Cile

22,3

Libano

18,7

Tagikistan

13,7

Cina

8,6

Lituania

3,3

Tanzania

20,8

Colombia

30,7

Macedonia

13,0

Thailandia

19,2

Congo, Rep.

3,3

Madagascar

14,7

Togo

5,7

Congo Rep. Dem.

1,2

Malawi

14,7

Trinidad e Tobago

10,2

Corea del Sud

12,9

Malaysia

8,7

Tunisia

15,1

Costa D’Avorio

26,1

Mali

12,6

Turchia

21,2

Costa Rica

7,6

Mauritania

27,7

Turkmenistan

42,0

Croazia

8,9

Maurizio

11,3

Ucraina

11,4

Dominicana, Rep.

4,2

Messico

20,8

Uganda

23,6

Ecuador

28,8

Moldavia

18,5

Ungheria

27,3

Egitto

9,5

Mongolia

6,3

Uruguay

23,5

El Salvador

10,4

Marocco

23,0

Uzbekistan

13,2

Eritrea

1,5

Mozambico

18,0

Venezuela

27,4

Estonia

2,1

Myanmar

5,3

Viet Nam

8,9

Etiopia

11,3

Nepal

7,0

Yemen

4,2

Filippine

11,8

Nicaragua

25,5

Zambia

17,7

Gabon

12,0

Niger

18,4

Zimbabwe

38,2

Fonte: Banca Mondiale elaborato da Instituto del Tercer Mundo

          Un’altra maniera di individuare i Paesi imperialisti è scorrere l’elenco delle multinazionali: nessuna multinazionale privata di rilievo è di un Paese dipendente. Una multinazionale infatti per farsi largo nel mondo ha la necessità di avere le "spalle coperte" da uno stato forte, imperialista, appunto. Altrimenti fa la fine della Daewoo.

 

Le prime 50 multinazionali in ordine di fatturato (1999)

General Motors

USA

Matsushita

Giappone

DaimlerChrysler

Germania

Philip Morris

USA

Ford

USA

ING Group

Paesi Bassi

Wal-Mart Stores

USA

Boeing

USA

Mitsui

Giappone

AT&T

USA

Itochu

Giappone

Sony

Giappone

Mitsubishi

Giappone

Metro AG

Germania

Exxon

USA

Nissan

Giappone

General Electric

USA

Fiat

Italia

Toyota

Giappone

Bank Of America

USA

Royal Dutch/Shell Group

R.Unito/Paesi B.

Nestlé

Svizzera

Marubeni

Giappone

Credit Suisse

Svizzera

Sumitomo

Giappone

Honda

Giappone

Inti. Business Machines

USA

Assicurazioni Generali

Italia

AXA

Francia

Mobil

USA

Citigroup, Inc.

USA

Hewlett-Packard

USA

Volkswagen

Germania

Deutsche Bank

Germania

Nippon Tel. & Teleph.

Giappone

Unilever

R.Unito/Paesi B.

BP Amoco

Regno Unito

State Farm Insurance

USA

Nissho Iwai

Giappone

Dai-ichi

Giappone

Nippon Life Insurance

Giappone

Veba Group

Germania

Siemens

Germania

HSBC Holdings

Regno Unito

Allianz

Germania

Fortis

Belgio

Hitachi

Giappone

Toshiba

Giappone

Unitated States Postal S.

USA

Renault

Francia

Fonte: Fortune elaborato da Instituto del Tercer Mund

 

Le modalità del prelievo imperialista

          Abbiamo detto che l’imperialismo è in ultima analisi il trasferimento di ricchezza da un gruppo di Paesi a un altro.

 

          Esso è reso possibile dal semplice fatto che vi è già una situazione in cui vi sono Paesi dipendenti e Paesi imperialisti, dove questi ultimi godono di vantaggi permanenti e di una distanza crescente dai primi. Del resto è la stessa nostra esperienza di vita ad insegnarci che se è vero che ogni tanto qualche povero diviene ricco, la regola comunque è che chi è ricco continui ad esserlo, e a trasmettere questa ricchezza ai figli. I ricchi cioè godono di vantaggi di partenza, corrono contro gli altri in una gara dei cento metri truccata, perché scattano con una cinquantina di metri di vantaggio. Ma, se è pur vero che nella vita reale qualche operaio diviene capitalista, non è invece mai accaduto che un Paese dipendente divenisse imperialista.

 

          I vantaggi di partenza sono innumerevoli. Ad esempio i Paesi dipendenti non riescono a formare uno strato di tecnici e scienziati residenti. I migliori se ne vanno perché nei Paesi imperialisti godono di migliori prospettive. Ma se quelli se ne vanno, anche la qualità delle università e dei politecnici sarà scarsa, dato che mancheranno professori all’altezza. Così, anche se vi fossero le risorse, e non ve ne sono, le aziende locali o le istituzioni statali non avrebbero la possibilità di fare ricerca, dunque di registrare brevetti, dunque di imporre le proprie merci ai Paesi imperialisti. L’India ad esempio ha investito molto denaro nella formazione di tecnici informatici, e oggi Germania e USA fanno a gara per rubarseli: il guadagno è doppio, non hanno dovuto pagare nemmeno la loro formazione.

 

          Poi. Se un Paese fornisce continuamente materia prima, prodotti agricoli o manufatti a basso contenuto tecnologico e un altro, in cambio, fornisce le macchine con cui quel Paese produce le sue povere merci, lo scambio non è alla pari, anche se i prezzi fossero, diciamo così, "equi". Se una tribù cosiddetta primitiva che fonda la sua economia sulla caccia con l’arco riuscisse, vendendo la cacciagione, ad acquistare dei fucili, la sua economia rimarrebbe comunque quella dell’arco, e non dei fucili, perché i fucili non sarebbero un prodotto suo, ma di altri.

 

          I Paesi dipendenti hanno un mercato interno molto ristretto. Significa concretamente che vi è una gran massa di gente che non ha soldi per comprare nulla. Dunque le aziende locali che volessero competere con le multinazionali non potrebbero partire da un livello di sicurezza minimo, i consumatori del proprio Paese, ma dovrebbero rivolgersi direttamente ai consumatori dei Paesi imperialisti dove però operano già da tempo i loro concorrenti. Di questa povertà diffusa poi approfittano le multinazionali (che sono in gran parte dei Paesi imperialisti) che impiantano nei Paesi dipendenti delle filiali che assumono la manodopera a basso costo con due tipi di imprese: quelle che producono direttamente per i mercati esteri, ad esempio le maquiladoras della frontiera messicana (fabbriche USA che si limitano a montare i pezzi delle auto prodotti altrove e a riesportare subito il prodotto di là dal confine) e le fabbriche che producono per il mercato interno servendosi dei macchinari dismessi dalle fabbriche dell’impero (ad esempio la FIAT in Brasile). In tutti e due i casi si tratta di impianti che non allargano il mercato interno (perché gli operai sono comunque pagati al limite della sopravvivenza e dunque non si trasformano in consumatori), ma rendono dipendenti le aziende locali: esse si vedono costrette a divenire fornitrici e subappaltatrici delle multinazionali con profitti ridotti all’osso.

 

          Vi sono poi meccanismi di trasferimento diretto di ricchezza. Il meccanismo più conosciuto è quello dell’indebitamento. La dinamica non è molto diversa da quella del normale prestito a usura: le banche dei Paesi imperialisti prestano denaro ai Paesi dipendenti, questi per pagare gli interessi sono costretti a indebitarsi ulteriormente, gli interessi crescono ancora di più, sino a che questi divengono una vera e propria tassa permanente sulle esportazioni e un formidabile strumento per imporre ai Paesi dipendenti le politiche economiche più favorevoli ai Paesi imperialisti. Dopo ogni crisi del debito, c’è una "rinegoziazione" che implica sempre misure di "riaggiustamento strutturale" che obbligano ad esempio quei Paesi a privatizzare aziende pubbliche e servizi, che solo aziende dei Paesi imperialisti hanno le risorse per comprare. Gran parte delle compagnie telefoniche dei Paesi dipendenti che sono state privatizzate sono cadute nelle mani di aziende europee, americane o giapponesi. Anche i Paesi imperialisti si indebitano, ma con le loro stesse banche o con i propri cittadini. Spesso, come è il caso dell’Italia, lo stato finisce per pagare alti interessi sul debito, ma ciò va ad arricchire i propri cittadini, e i propri capitalisti, e non altri Paesi. I Paesi dipendenti però, essendo poveri, devono necessariamente ricorrere all’esterno.

 

          Vi sono anche altri meccanismi di trasferimento diretto di ricchezza. I Paesi imperialisti dispongono della gran parte dei brevetti (ad esempio in campo medico o in quello delle sementi geneticamente modificate): ciò permette loro di incassare dei sovrapprofitti da monopolio nei Paesi dipendenti, dato che nella loro vendita sanno che non potranno essere disturbati da concorrenti locali. Poi. Dato che il mercato finanziario è nelle mani dei Paesi imperialisti, anche i profitti da rendita di quei Paesi dipendenti che dispongono ad esempio di risorse petrolifere finiscono comunque nelle banche imperialiste. Ad esempio gran parte dei proventi petroliferi dei Paesi del Golfo (Arabia Saudita, Kuwait, ecc.) viene depositata nelle banche occidentali (i famosi petrodollari).

 

          L’insieme di questi vantaggi fa sì che i Paesi dipendenti siano in balia dei Paesi imperialisti. Questa situazione è formalizzata in alcune istituzioni internazionali dove, in maniera scoperta, il potere decisionale è riservato ai più ricchi: il FMI, la BM, ecc.

 

 

RIPARTIZIONE DEL DIRITTO DI VOTO DEGLI AMMINISTRATORI (24) DEL FONDO MONETARIO INTERNAZIONALE

USA

17,82%

Germania

5,55%

Giappone

5,55%

Regno Unito

5,00%

Francia

5,00%

Italia

4,00%

Canada

3,70%

Belgio

5,00%

Paesi Bassi

4,64%

Totale

56,26%

 

La struttura sociale dei Paesi imperialisti e dei Paesi dipendenti

 

          Nei Paesi imperialisti ci si allarma quando vi è una disoccupazione che raggiunge il 10%. Il resto però sono impieghi reali, anche se magari malpagati e precari. Nei Paesi dipendenti invece l’indice di disoccupazione non dice granché sulla situazione reale. Gran parte della gente infatti è ai margini del mercato, permanentemente sottoccupata. Una parte consistente di questo esercito di sottoccupati è costituita da contadini, la gran parte dei quali non produce per il mercato, ma per la sopravvivenza. Ciò non è solo dovuto alla mancanza della riforma agraria in molti di questi Paesi (Brasile, India, ecc.), ma alla presenza di un rapporto di dipendenza con il mercato imperialista. La sottoccupazione agricola c’è anche in Cina dove non vi è latifondo. I piccoli agricoltori infatti si trovano a dover fronteggiare una concorrenza impari con le aziende agricole capitaliste che usano macchine, diserbanti e semi geneticamente modificati. Dunque i loro prodotti non possono essere orientati al mercato, ma servono solo a garantire una sopravvivenza sempre più precaria. Nelle zone urbane inoltre vanno concentrandosi moltitudini di lavoratori sottopagati e "marginali", dediti al piccolo commercio o ad altre attività fuori dal mercato capitalista. I Paesi dipendenti hanno delle proprie borghesie, ma che sono a loro volta in qualche modo dipendenti da quelle imperialiste. Da questa posizione di vassallaggio esse traggono numerosi vantaggi, anche se non comparabili con quelli delle borghesie dell’impero, e questo spiega perché siano così riluttanti a rompere i rapporti politici tra i loro Paesi e quelli imperialisti.

 

          Le borghesie dei Paesi imperialisti sono spesso in lotta tra loro ed utilizzano i loro stati per uscire vincitori da questa lotta. Si trovano però uniti tra loro quando devono imporre i propri privilegi ai Paesi dipendenti. Del resto non accade diversamente all’interno di ognuno dei nostri Paesi: i nostri capitalisti si fanno una fortissima concorrenza, ma quando si tratta di opporsi a delle richieste contrattuali da parte dei lavoratori, si trovano unitissimi. I Paesi imperialisti si sono dati degli strumenti per cercare di comporre i propri interessi a danno dei Paesi dipendenti: i grossi organismi internazionali, periodiche riunioni (G8), ecc. Quando non riescono a ridurre alla ragione un qualche Paese dipendente i Paesi imperialisti ricorrono alla guerra. Hanno dato vita del resto ad apposite alleanze militari (la NATO ad esempio) per poterlo fare senza pestarsi i calli tra loro. Quando non ricorrono alla guerra i Paesi imperialisti utilizzano i loro formidabili mezzi finanziari per influenzare politicamente i Paesi dipendenti: ad esempio tramite l’informazione (le agenzie di stampa appartengono ai Paesi imperialisti), il complotto (in cui la CIA è maestra), la corruzione dei politici locali, il blocco economico. I Paesi dipendenti hanno pochi strumenti per salvaguardare una vera indipendenza politica: i loro stati sono strutturalmente deboli, con poche risorse, poco personale, apparati con scarsi mezzi e ridotti all’osso.

 

Che fare?

 

          Il meccanismo infernale che abbiamo descritto non si può risolvere certo con una qualche riforma di qualche organismo internazionale. Se si riuscisse sul serio a "democratizzare" il FMI, semplicemente i Paesi imperialisti ne inventerebbero un altro o farebbero a meno di organismi internazionali. Il meccanismo imperialista non può che essere abbattuto, solo una vera e propria rivoluzione mondiale può "democratizzare" il mondo. Naturalmente ciò appare ai nostri occhi di satolli europei come qualcosa di "esagerato", estremista e di cattivo gusto. Di opinione un po’ diversa avrebbero potuto essere le dieci persone che sono morte di fame nel tempo in cui queste ultime due righe sono state lette. Naturalmente non pensiamo che una rivoluzione cada dal cielo. Le condizioni vanno costruite pazientemente nel tempo. Ma è importante interiorizzare verso cosa si fanno i pur piccoli passetti che sono necessari. Una volta che c’è questa chiarezza è certamente giusto lottare anche per conquiste parziali che ci avvicinino all’obiettivo. In questo senso sono un’ottima cosa le campagne di boicottaggio, di denuncia, il commercio equo e solidale, ecc. perché pur essendo azioni che di per sé non modificano nella sostanza i meccanismi sopra descritti (anche se consentono, e non è poca cosa, di far "respirare" un po’ di gente) comunque hanno una importanza decisiva per avvicinare i soggetti sociali oppressi (pur in diversa misura) dei Paesi dipendenti e dei Paesi imperialisti.

 

          Una rivoluzione mondiale infatti non può che avvenire sulla base di una grande alleanza tra i soggetti sociali oppressi dei Paesi imperialisti e quelli dei Paesi dipendenti. Ma qui occorre una precisazione.

 

          In un Paese imperialista tutti stanno meglio che in un Paese dipendente. Ovviamente all’interno di un Paese imperialista vi sono i ricchi e i poveri, ma globalmente la massa delle persone sta molto meglio che nei paesi dipendenti. Un borghese imperialista è molto più ricco di un borghese dipendente. Un operaio di un Paese imperialista ha un salario che come minimo è dieci volte superiore al suo omologo di un Paese dipendente. Persino un mendicante di un Paese imperialista se la passa meglio di un mendicante in Africa. Per comprendere questo privilegio imperialista che riguarda, in diversa misura, tutti, dobbiamo rivolgerci alle statistiche. Un buon indicatore è l’indice di sviluppo umano che mette insieme indicatori come la speranza di vita, il livello di istruzione e il PIL procapite: i primi posti sono ricoperti tutti dai Paesi imperialisti.

 

I PRIMI VENTI PAESI IN ORDINE DI VALORE ISU, 1999

1) Canada

11) Francia

2) Norvegia

12) Svizzera

3) USA

13) Finlandia

4) Giappone

14) Germania

5) Belgio

15) Danimarca

6) Svezia

16) Austria

7) Australia

17) Lussemburgo

8) Paesi Bassi

18) Nuova Zelanda

9) Islanda

19) Italia

10) Regno Unito

20) Irlanda

Fonte: UNDP, Mondiale elaborato da Instituto del Tercer Mundo

 

          Dunque i soggetti sociali oppressi dei Paesi imperialisti non hanno un interesse immediato ad allearsi con quelli dei Paesi dipendenti. Hanno però un interesse strategico, a più lunga scadenza, ma non meno concreta.

 

          Il dominio imperialista sul mondo, che è fondato sulla ricerca del profitto immediato, porta infatti a degli effetti nocivi molto ben visibili a tutti, e che vanno a svantaggio dell’intera umanità e dunque anche degli abitanti dei Paesi imperialisti. Disastri climatici, inquinamento crescente, alimenti dannosi, distruzione della natura… La crescente povertà dei Paesi dipendenti inoltre creerà una sempre più forte instabilità, l’aumento di guerre e una situazione che vedrà i Paesi imperialisti trasformarsi in una sorta di cittadella assediata da moltitudini affamate. Gli stessi lavoratori dei Paesi imperialisti saranno sottoposti a crescenti ricatti sull’occupazione e sui salari: la crescente facilità con cui i capitalisti possono spostare le produzioni in Paesi dipendenti aumenterà la precarietà e diminuirà i salari anche nell’impero. Per costruire questa alleanza è necessaria una politica fatta anche di riforme, richieste parziali, pratiche di solidarietà che partano dal basso, e che abbiano il fine di rafforzare la coscienza, la possibilità e la pratica di questa alleanza. Ma con la chiarezza che il meccanismo imperiale non è riformabile nella sostanza.

 

Appendice. Nota terminologica.

 

          Alcune osservazioni sul termine imperialismo. Non gode oggi di grande popolarità ed è ritenuto troppo "vetero". Non ci rifiutiamo di utilizzare altri termini, e non ci salterebbe mai in mente di litigare sulle parole, quando si è d’accordo sulla sostanza, ma qualche precisazione forse è meglio che la facciamo.

 

          Da circa trent’anni è in voga, quando si parla delle differenze tra stati, parlare di Nord e Sud del mondo. Se serve a denunciare la situazione che abbiamo sopra descritto, ci va anche bene. A noi comunque quei due termini sembrano meno precisi di imperialista e dipendente. Nel Nord del mondo vi sono molti Paesi dipendenti, ad esempio la Russia, o la Mongolia, o la Georgia. Nel Sud del resto troviamo Paesi imperialisti: l’Australia e la Nuova Zelanda. Inoltre perché considerare Nord la parte dell’emisfero dove si trova l’Europa? E’ solo una convenzione razzista collocare nelle cartine Africa e America Latina nell’emisfero sud cioè in una disposizione spaziale che li fa sembrare meno importanti, secondari. Nella realtà nell’universo non vi è alcun punto di riferimento assoluto che ci consenta di collocare a Nord Europa, USA, ecc. Potremmo inventare delle cartine con tutto ribaltato. Ma le cartine le hanno inventate i Paesi imperialisti cui piace stare su e non giù. A volte abbiamo l’impressione che spesso il termine imperialismo non sia utilizzato perché considerato troppo duro, diretto, crudo, polemico. Dato questo sospetto, noi continueremo a usarlo.

 

          Altre volte si utilizza il termine Terzo Mondo. Quando questa terminologia è stata inventata c’era anche il cosiddetto secondo mondo, dove vigevano regimi che si autodefinivano comunisti. Dunque si tratta di una terminologia superata, dopo la fine dell’URSS e l’apertura della Cina al mercato mondiale. Agli organismi internazionali piace inoltre utilizzare il termine di Paesi in via di sviluppo: che ipocrisia! In realtà, stante il meccanismo imperialista dovrebbero chiamarsi Paesi che non si svilupperanno mai. Altri ancora parlano di Paesi ricchi e Paesi poveri. Sono termini che si possono anche utilizzare, ma non ci entusiasmano: è come se si prendesse atto di una certa situazione ma senza vederne il legame, un Paese è povero perché ve ne è un altro che è ricco.

 

          Un’ultima precisazione. Il termine imperialismo che abbiamo utilizzato qui non lo intendiamo in termini politici, ma economici, anche se come abbiamo visto tra i due ambiti vi è spesso un legame assai stretto. Non ci sfugge che per ragioni geopolitiche anche un Paese dipendente può portare avanti una politica imperialista verso territori ancora più deboli. E’ ad esempio il caso della Russia nei confronti della Cecenia. In questo caso diremo che la Russia è un Paese dipendente economicamente dal capitale internazionale, ma attua una politica imperialista nei confronti della Cecenia (e non solo). Lo stesso dicasi della Cina nei confronti del Tibet, dell’Indonesia nei confronti di Aceh, di Israele nei confronti dei palestinesi, ecc.

 

 

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