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Testi di Gino Adamo. Pagina realizzata da Luigi Farina

Data ultima revisione: 24 Luglio 2001

 

In morte di un grande giornalista

 

EDITORIALE


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Indro Montanelli

Indro Montanelli è morto alla bella età di 92 anni; se n’è andato con discrezione, quasi furtivamente: pochi, difatti, sapevano che fosse stato ricoverato da giorni in ospedale a seguito di un malore. Raccontano che in una prima fase della degenza era parso che il cuore del grande vecchio del giornalismo italiano, potesse ancora farcela: battere ancora una volta la morte dandole l’ennesimo scacco. Invece stavolta la battaglia è andata perduta. Ma forse non voleva vincerla: "Sono stufo marcio - aveva confidato di recente. - Scrivere, ricordare, riflettere sulla storia? Non mi diverto più".

Se solo per un attimo ha potuto riflettere sull’imminenza della sua fine, crediamo che forse non gli sia dispiaciuto di andarsene così, alla chetichella, dignitosamente com’era vissuto: ancora in buona forma fisica, a dispetto della veneranda età, soprattutto con quel cervello di prim’ordine, tuttora lucidissimo.

Indro Montanelli era nato a Fucecchio, nel 1909, cittadina in Valdarno, situata fra Pisa e Firenze, dove, pur conservando intatto lo spiritaccio toscano e l’inconfondibile inflessione fiorentina, visse ben poco, poichè quasi sempre lavorò - quando non era in giro per il mondo - soprattutto a Milano. Ebbe pure casa a Roma, e che casa! Vi possedeva uno splendido attico affacciato su piazza Navona. Ma di temperamento rimase fino all’ultimo, sotto questo profilo, più meneghino che fiorentino. E men che mai romano, benchè occorre dire che, sotto sotto, come tanti meneghini DOC, amava Roma più di quanto non desse a vedere.

Ma Milano era la città forse più consona alla sua indole, al suo carattere attivo e irrequieto, al suo modo di pensare e di sentire così fortemente individualista, a dispetto talora della sua (vantata) estrazione borghese, che, pur tuttavia, mai gli fece velo nel suo mestiere di osservatore acuto e disincantato, dalla battuta pronta, intrisa nell’acido solforico dello sberleffo contro qualsiasi tipo di potere, fino all’irriverenza con il potente di turno. Oggi potremmo aggiungere un arco temporale che va da Mussolini a Berlusconi, che fu anche suo editore, da cui si dissociò dopo tante polemiche. Pochi, nel mondo della politica e della cultura, si sono salvati dalle sue battute di toscanaccio arrabbiato, raramente ne sono usciti indenni. E tuttavia le sue ruvide strigliate al personaggio del momento non lo rendevano odioso: tutt’altro. E’ probabile che fosse più stimato dagli avversari dichiarati che dalla vasta, adorante cerchia di amici e colleghi.

Per quarant’anni al "Corriere della Sera", fin dall’inizio inviato speciale fra i più spericolati e brillanti che si ricordino, fu tra quegli intellettuali che - da giovani - pur non rinnegando formalmente il regime fascista, gli fecero la fronda, ma non per velleità esibizionistica, sibbene perché ad esso non aderirono mai, intimamente. Nel caso di Montanelli lo comprova il fatto che mai richiese la tessera di iscrizione al Partito fascista, che ovviamente gliela giurò. Anni dopo a Roma, catturato dalla milizia nazifascista, fu internato nel carcere di Regina Coeli. Condannato alla pena capitale, attendeva d’essere fucilato, ma gli riuscì di fuggirne fortunosamente. Si sa che in questa fuga rocambolesca la madre vi mise lo zampino, poiché pare che fu proprio lei a organizzarla. La detenzione fruttò a Montanelli l’idea di un racconto originale su un finto ufficiale monarchico, realmente incontrato nel carcere - "il generale Della Rovere" - che, dapprima al servizio dei tedeschi, seppe poi morire e riscattarsi con grande dignità, recitando sino all’ultimo, con incredibile convinzione, il ruolo che si era attribuito per ingannare i compagni di detenzione, sbeffeggiando in realtà i tedeschi. Dal racconto di Montanelli fu ricavato un ottimo film, che fu premiato a Venezia con il Leone d’Oro. Nell’opera cinematografica il ruolo di protagonista venne interpretato magistralmente da Vittorio De Sica.

Montanelli non fu soltanto un giornalista di eccezionale tempra per stile inconfondibile, di straordinaria forza espressiva e onestà intellettuale, ma fu anche uno scrittore dotato di una vena pacata, ma non priva d’ironia e di tratti malinconici. Si veda, fra gli altri "Qui non riposano"; eccelse come storico appassionato, poco amato dagli avversari ideologici, ma soprattutto detestato dai parrucconi istituzionali, paludati in cattedra che non lo considerarono mai dei loro, peraltro, è da dire, cordialmente ricambiati. Invero i depositari delle verità istituzionali non avevano tutti i torti ad avergliela. Non potevano perdonargli che lui fosse riuscito - forse unico in Italia - in un’impresa improba, laddove tutti gli altri avevano miseramente fallito: a farsi leggere, ad appassionare, cioè, alla storia una folla di italiani che la misconoscevano.

Non era compito da poco far leggere ed amare la Storia nel Bel Paese, dove è da sempre fra le materie più neglette della nostra scuola. Alcuni volumi de "La Storia d’Italia" li scriverà in collaborazione con Roberto Gervaso e Mario Cervi. Forte della lezione montanelliana, Gervaso metterà poi bottega per conto proprio, mentre Cervi, rimasto sull’arengo del giornalismo politico, continuerà a combattere vecchie e nuove battaglie.

Montanelli, figlio di un preside, fu un ottimo studente: si laureò in giurisprudenza e poi in scienze politiche, ma questo doppio dottorato non lo indusse mai a prendere molto sul serio l’università italiana. Poco dopo egli emigra in Francia, dove frequenta la Sorbona e viene assunto a "Paris soir". Diviene cronista di nera: per un paio d'anni, frequenta gendarmerie e ospedali. Insomma, si fa le ossa; è il suo noviziato giornalistico. Nel 1935, poco più che ventenne, ritorna in Italia per non perdere la grande chance africana: "il nostro Far West" - dirà più tardi - fu l’Africa, un’occasione più unica che rara per gli italiani dotati di autentico spirito intrepido e avventuroso.

Si arruola nel XX battaglione eritreo.

In Eritrea acquista dalla famiglia una ragazza di 14 anni, che lo seguirà per tutta la campagna. Nonostante la giovane età, Montanelli è alla guida di una banda indigena, di quelle che - nell’avventura coloniale fascista - sono impiegate per l'avanscoperta. Una sorta di gen. Custer, per rimanere in tema al suo confronto con il Far West americano.

Racconterà le esperienze africane nel diario 'Ventesimo battaglione eritreo', che ha già il sapore di un reportage: verrà stampato in Italia e recensito favorevolmente sul 'Corriere della Sera'' da Ugo Ojetti, una delle firme di punta del "Corriere", che intuisce subito di trovarsi dinanzi ad una forte personalità di cronista di rango.

Sarà grazie a questo libro e al personale interessamento di Ojetti che Aldo Borelli, direttore del giornale, promette al giovane un contratto a breve scadenza. Allo scoppio della guerra civile spagnola, Montanelli raggiunge la Spagna inviando servizi per conto del 'Messaggero'. I suoi articoli, molto critici nei confronti del regime franchista, lo mettono in rotta di collisione con il regime fascista. Racconta Giulio Nascimbeni: "Qui vi fu il primo incidente che fece di lui, per il resto della sua leggendaria carriera, un 'uomo contro'". Si trattava della battaglia di Santander, dipinta come scontro eroico da tutti i giornali italiani e invece definita da Montanelli "una lunga passeggiata con un solo nemico: il caldo'". Alcuni raìs del partito non tollerano la trasgressione e ne ordinano il rimpatrio, espellendolo dal partito e al contempo dall'albo professionale. Ma, per fortuna, c’è Bottai a prendere a cuore la causa di quel giornalista impetuoso e anticonformista, che sembra eternamente in cerca di grane: per sottrarlo alle grinfie del potere gli offre un "posto fisso" di qualità, lo invia a dirigere l'Istituto Italiano di Cultura, a Tallin, in Estonia. Vi rimarrà un anno. Rientrato in Italia gli viene restituita la tessera di giornalista, ma lui non richiederà mai quella del Partito. Ovviamente la cosa non passerà inosservata.

Nel 1938, Borelli, mantenendo la sua promessa, lo fa entrare al 'Corriere', dove resterà per 40 anni filati, ma alla fine, nel 1974, se ne andrà sbattendo la porta: in totale disaccordo con linea politica della direzione di Piero Ottone.

Al Corriere il servizio di esordio lo farà in Albania. Poi in Germania, dove assiste all'avanzata delle truppe del Terzo Reich verso Danzica. In un’occasione ha modo di parlare addirittura con Hitler in persona. Poi va in Finlandia e Norvegia.

A Roma, nell’ultima fase della guerra, finisce in prigione per antifascismo. Viene condannato a morte, ma, come si è detto, scampa (grazie alla madre) miracolosamente alla fucilazione.

Finita la guerra, viene reintegrato al 'Corriere' come inviato, ma relegato alla cronaca cinematografica. Non passa molto tempo e Montanelli riprende il mestiere di inviato in giro per il mondo. Nel "56 sarà tra i primi a giungere a Budapest, insorta contro il regime staliniano. Anche in quest’occasione il suo servizio da Budapest in fiamme suscitò scandalo: contro l’opinione corrente, Montanelli scrisse che non si trattava di ribelli borghesi, bensì di "comunisti antistalinisti".

Nel 1974 mostrerà di avere ancora l’energia e il coraggio di ripartire da zero. Due eventi caratterizzano quell’anno la vita di Indro Montanelli: fonda il Giornale Nuovo e impalma Colette Rosselli, nota come 'Donna Letizia' (morta l'8 marzo 1996). Dal pulpito del 'Giornale nuovo', profetizzerà che, dalla contestazione di piazza si sarebbe finiti nel terrorismo. Nel 1977, i terroristi delle brigate rosse gli sparano gambizzandolo.

Inizia la rubrica "Controcorrente", che non risparmia strali a nessuno. Frattanto nel 1978 la Fininvest acquista circa il 30% delle quote del 'Giornale'. Tra l'80 e l'81 il gruppo acquisisce la maggioranza della See, Società Europe Edizioni, che pubblica appunto il 'Giornale'. Nell'87, la quota azionaria di Berlusconi passa al 70%. Berlusconi gli scrive: "Te ne andrai quando vorrai e io spero che tu non te ne vada mai". Ma è un idillio che non durerà a lungo.

Incapace di fare il pensionato, Montanelli - cui era stato tempo prima offerta la Direzione del Corriere dall’avv.Agnelli - riprende a scrivere per il Corriere, che gli dedica una "Stanza di Montanelli", molto seguita dai lettori e che a lui sicuramente ricordava un felice periodo in cui, firmando Marmidone, egli rispondeva ai lettori de Il Tempo e polemizzava con un altro toscano di qualità: Curzio Malaparte, che morirà di tumore qualche anno dopo. Erano ottimi amici-nemici, formavano nel giornalismo italiano una coppia di avversari complici sul genere di Coppi e Bartali. Pare che il povero Malaparte, ormai agonizzante, abbia mormorato ad un amico ch’era andato a trovarlo in ospedale: "Quello che mi dà più fastidio, è il fatto di dover morire prima di Montanelli".

 

 

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