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Testi di Gino Adamo - Data ultima revisione: 3 Novembre 2001

Pagina realizzata da Luigi Farina (lfarina52@hotmail.com)

La gastronomia

Scritta "Cenni storici"

La gastronomia nella storia e nella letteratura




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     Nelle desolate terre degli Apaches, Indiani stanziati nel Sud-Ovest degli Stati Uniti (Arizona, New Messico, Nord del Messico) uno dei primi cibi disponibili, all’inizio della primavera, era la yucca a foglie stretta, il cui gambo centrale veniva colto prima che apparisse il fiore. L’esile stelo era spesso mangiato subito dopo la raccolta, arrostito su un letto di carboni ardenti e privato della buccia esterna, carbonizzata.

     Gli steli della yucca a foglia stretta non erano considerati dagli Apaches il cibo migliore, ma erano abbondanti e si conservavano bene, ciò che li rendeva preziosi, soprattutto nelle stagioni morte.

     La tarda primavera era un periodo particolarmente impegnativo per tutte le comunità Apaches, dato che la loro più importante pianta alimentare, un’agave nota come “mescal”, matura in questa stagione. Il processo di preparazione era piuttosto complesso e gravava in genere quasi del tutto sulle spalle delle pazienti donne Apaches. Prima della fioritura, gli steli potevano essere tagliati e preparati come la yucca dalla foglia stretta, ma la parte più importante della pianta, il suo cuore, era contenuta nel cerchio di foglie immediatamente sopra le radici.

     Di solito le donne raccoglievano e cuocevano il mescal in forni comuni. Per farlo occorreva scavare un enorme forno, profondo un metro e lungo fra i tre e i quattro metri, posizionato il più possibile al centro dell’area di raccolta. Il fuoco veniva acceso accompagnando l’operazione con preghiere e cerimonie rituali, e lo si lasciava consumare lentamente, poi vi veniva gettato sopra uno strato d’erba bagnata, spesso una trentina di centimetri; seguiva la sovrapposizione di un altro strato d’erba bagnata, e uno strato di terra (anch’esso di spessore sui trenta centimetri): su questo veniva posto il mescal, ricoperto da un altro strato d’erba bagnata. Sul cumulo così stratificato si accendeva, infine, un altro fuoco, che veniva lasciato ardere fino alla completa cottura del cibo: durata prevista, mediamente un paio di giorni. Una volta cotto, il mescal doveva essere rapidamente sottoposto a un procedimento di conservazione, pena il suo deterioramento. Il mescal cotto al forno ed essiccato, poteva venir conservato per lunghi periodi. Sapeva di zucca, ma era molto nutriente. Anche le cipolle selvatiche facevano parte della dieta apache, di solito servivano ad insaporire verdure e carni con le quali cuocevano assieme; ma potevano essere mangiate anche crude.

     Nel corso della stagione giungeva a maturazione anche il primo arbusto di sommacco, le cui bacche rosse venivano raccolte, lavate ed essiccate; altre volte venivano invece tagliuzzate e mischiate, per variare con il mescal.

     Oltre al mescal e alla yucca, nella immensa regione desertica crescevano molti cactus, dai quali si ricavava una notevole varietà di cibi. Tutti i frutti di cactus con un alto contenuto di zucchero potevano, in alternativa, venir ridotti ad una sorta di burro.

     Innumerevoli furono poi le piante, le erbe, i vegetali selvatici, anche i più stenti e avari, che crescevano nell’arido e infuocato deserto del Sud Ovest, che consentirono, per molti decenni, agli Apaches un nutrimento essenziale, laddove i Bianchi, se isolati, perivano miseramente.

     Fu proprio grazie a questa incredibile capacità di adattamento ambientale, di ricavare da terre desertiche e canyon riarsi un minimo di nutrimento e di rifugi essenziali, che si rese possibile l’indomabile resistenza opposta, fino all’ultimo scorcio dell’800, all’esercito americano da poche, ma irriducibili bande Apaches, riottose ad accettare d’essere relegate nelle Riserve, da tempo, com’è noto, predisposte dal governo di Washington, dove - alla stregua di tante altre nazioni indiane sterminate o sconfitte - avrebbero perduto con la libertà anche la loro identità umana e culturale.

 

 

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