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Testi di Gino Adamo. Pagina realizzata da Luigi Farina Data ultima revisione: 25 Giugno 2001 |
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La
cucina romana nella sua evoluzione si è lentamente uniformata al
processo di incivilimento del popolo che l’ha espressa. Nel periodo
arcaico, in cui i patrizi conducevano ancora vita estremamente sobria,
il pasto principale consisteva nel “puls”, una minestra di farro e
ceci (da cui sembra sia poi derivata l’attuale polenta). Ma allorchè
due secoli dopo le clamorose conquiste in Oriente e l’intensificarsi
dei traffici commerciali portarono a Roma usanze, ricchezze e prodotti
di tutto il mondo conosciuto, la
mensa si trasformò in un simpatico godimento, che non era soltanto
materiale. Anche per la gente sobria il pasto della sera divenne per
abitudine un’indispensabile ricreazione che consacrava la fine della
giornata. Nell'antica
Roma, si attribuiva una grande importanza al cibo, inteso non solo come
alimento necessario alla vita, ma anche come mezzo di socializzazione,
per cui erano importanti le modalità con cui esso veniva presentato
agli ospiti e lo sfarzo che di solito caratterizzava i grandi banchetti
offerti dalle famiglie più ricche e in vista della Caput
mundi. Indubbiamente i banchetti erano al tempo stesso un
formidabile mezzo per le grandi famiglie, di accrescere il proprio
prestigio, oggi diremmo di farsi pubblicità. L’opulenza e la
raffinatezza della mensa rivelavano il grado di liberalità
dell’anfitrione; al contempo, ne definivano il censo e la ricchezza;
infine, ne esaltavano la prodiga generosità.
Era in sostanza un modo efficace di comunicare, e un’opportunità
significativa di incontrarsi in un’atmosfera di grande euforia
gastronomica. Era quasi una gara culinaria fra le grandi famiglie
allestire i cibi più delicati e squisiti, con alimenti fatti arrivare
appositamente da ogni angolo dell’impero. Anche
da queste rarità dal costo proibitivo emergeva tutto il prestigio del
padrone di casa. Di questi banchetti si sarebbe poi discusso a lungo. Il
periodo di massimo splendore delle mense romane va dalla fine della
Repubblica al primo secolo dell'Impero: coincide con il più alto
vertice della civiltà di Roma. Ai banchetti favolosi di Lucullo e alle
stravaganze conviviali di Eliogabalo, fa tuttavia da cornice la composta
e raffinata dignità di molti conviti patrizi. Fin
d’allora i “menu”
prevedevano primi piatti, contorni e dessert. Durante il pranzo si
discuteva di tutto. Dalla filosofia alle faccende più piccanti
riguardanti chiaccherate storie sentimentali, ma ancor più spesso
salaci particolari su amanti e tradimenti amorosi. In breve, si
spettegolava allegramente, esattamente come accade ancor oggi in
circostanze analoghe. Durante la settimana, i romani attendevano con
gioiosa impazienza di assidersi al desco della cena, ch’era il pasto
più copioso e importante della giornata, che spesso si prolungava per
ore, talora fino a tarda notte. Al
mattino molti romani si levavano presto, parecchi all’alba erano già
in piedi. Il pasto mattutino era in genere modesto: a base di pane
condito con sale, uva secca, olive e formaggio. A volte si mangiavano
gli avanzi della sera precedente. Durante i banchetti era consentito al
convitato portar via un pacchetto di cibo; nessuno se ne stupiva, tanto
meno se ne scandalizzava. Era un’abitudine abbastanza generalizzata.
Al contrario della cena, il pranzo era relativamente frugale, si
preferivano pane e formaggio, ma poteva accadere che si mangiasse a
volte anche carne e frutta. La
cena costituiva il vero clou gastronomico della giornata: era un pasto
forte e piuttosto vario, che aveva inizio verso la fine del pomeriggio,
quando molti romani facevano ritorno dalle terme, e, come s’è detto,
si prolungava fino a tarda ora. I pasti erano innaffiati da abbondanti
libagioni: solitamente si trattava di vino (ce n’era di diverse qualità,
dal “mulsum” al “piperatum”), e ovviamente quasi sempre si
finiva per eccedere. Ma i casi di vera e propria sbornia erano rari.
L’ubriachezza era considerata riprovevole, e, fuori dai banchetti, un
vizio degradante. La
presenza femminile sul triclinio era poco frequente, tranne che non si
trattasse di artiste (flautiste) o donne di gentile intrattenimento
(cortigiane). La famiglia patriarcale romana era piuttosto severa e
intransigente: non consentiva che, soprattutto le giovani donne di
famiglia (figlie o sorelle che fossero), assistessero a spettacoli ben
poco edificanti. Anche il linguaggio degli adulti diveniva a tavola
molto sboccato, vero turpiloquio da suburra, e non costituiva certo un
modello da additare ai più giovani.
Il
fasto dei banchetti assunse per lungo tempo un carattere di inarrivabile
magnificenza, soprattutto nelle lussuose ville dei ricchi. «Tutta
l’occupazione e tutta la vita nelle ville si riduceva esclusivamente
al pranzare” - ha scritto lo storico tedesco Teodoro Mommsen - Non
solo si avevano diverse sale da pranzo per l’inverno e per l’estate,
ma si faceva servire il pranzo anche nelle gallerie di quadri, nella
camera dei frutti, nell’uccelliera o in un padiglione innalzato nel
parco della selvaggina… Non solo il cuoco era un gastronomo patentato,
ma spesso lo stesso padrone di casa era a sua volta il maestro dei
propri cuochi. Frattanto, da lungo tempo l’arrosto era stato
trascurato per i pesci di mare e per le ostriche», mentre erano «banditi
dalle buone mense i pesci italici di acqua dolce, ed erano considerati
quasi comuni le ghiottonerie e i vini italici. Fin d’allora nelle
feste popolari, oltre all’italico Falerno, si distribuivano tre tipi
di vini stranieri: di Sicilia, di Lesbo e di Chio… solo una
generazione prima, anche nei grandi pranzi, bastava mescere una sola
volta il vino greco. Nella cantina dell’oratore Ortensio si trovava un
fondo di 10 mila anfore di vino forestiero. Non sorprende quindi che i
vinaioli italici si lamentassero della concorrenza del vino delle isole
greche».
«Lo stravizio - prosegue lo storico tedesco - era divenuto così
sistematico e così goffo che finì per avere i suoi “esperti”,
gente che si guadagnava da vivere insegnando il vizio, teoricamente e
praticamente…In questo campo, i Romani non erano neppure
particolarmente originali: si limitavano ad una imitazione eccessiva e
insulsa del lusso ellenico orientale. Se poi l’ospite, per prevenire
le conseguenze della sua intemperanza, dopo un abbondante banchetto,
prendeva un emetico, nessuno più si stupiva». Prima
di servire la cena era d’obbligo il pediluvio, incombenza che
ovviamente ricadeva interamente sugli schiavi. In
antico lo stile romano del desinare era stato molto differente. Allora
si dimorava in rustiche capanne, si cuocevano i cibi con un focolare
rudimentale; in linea di massima, si trattava di pasti piuttosto
frugali. Anche alle mense dei nobili si mostrava di apprezzare una
cucina nutriente ma non troppo sofisticata. Come ha scritto Cicerone: «Cibi
condimentum esse famem» (“La fame è il condimento del cibo”). Più
tardi, però giunsero i mercanti Campani, Greci ed Etruschi, e molte
usanze mutarono; si ricercarono muove prelibatezze e comodità: si
diffusero, fra l’altro, i letti triclinari. A
Roma in particolare, mode e gusti cambiavano più spesso che altrove.
Durante l’epoca repubblicana il sostentamento principale proveniva
dalla terra e dalla pastorizia. Un piatto forte era costituito dalla
polenta di farina di grano e di farro unito a legumi; molto apprezzati
erano altresì gli ortaggi. La cucina dei poveri rimarrà per forza di
cose fedele a queste pietanze. S’intende che per i ricchi le cose
andavano molto diversamente. La loro cucina “inventava” a getto
continuo ricette di cibi raffinati e gustosi. Petronio era solito dire:
«Quidquid ad salivam facit», ossia “tutto ciò che fa venire
l’acquolina in bocca”. Dal II sec. a.C. per insaporire i cibi dei
nobili e dei borghesi si introdussero largamente le spezie provenienti
dall’Oriente: i pesci conobbero così salse piccanti, che a molti, si
disse, stimolavano i sensi; in altri termini, facevano un effetto
vagamente afrodosiaco. Ecco che si radica nelle consuetudini dei più
abbienti il binomio cibo-sesso. Mangiare bene e bere (con misura) vino
era considerato un’eccellente premessa per i convegni amorosi postprandium.
Accanto
alla cucina ricercata dei ricchi “prosperava” la cucina frugale, casereccia
si direbbe oggi, dei cittadini più poveri: era una sorta di gastronomia
essenziale che, tuttavia, oltre ad essere più sana e semplice, non per
questo mancava d’essere gustosa. I poveri “prediligevano” cibi
semplici, in genere meno costosi ma dai sapori genuini; inoltre,
mangiavano volentieri cicorie e malva; la frutta era gradita in entrambe
le mense. Durante le feste erano apprezzati da tutti - nobili e plebei -
il pollame, le uova e i dolciumi. Frattanto,
fra un banchetto e l’altro, fra una follia e l’altra, Roma affondava
inesorabilmente nella corruzione: crollava poco per volta anche il sacro
mito dell’impero. I fallimenti raggiunsero vertici spaventosi,
l’indebitamento privato cominciò a distruggere ricchezze antiche. Gli
speculatori e i faccendieri dell’epoca prosperavano a detrimento della
sicurezza dello Stato. L’espressione “civis romanus sum”, ormai da un pezzo aveva cessato d’essere un’orgogliosa attestazione di appartenenza, per divenire solo una banale certificazione anagrafica. Roma agonizzava. Altri tempi, minacciosi, si profilavano all’orizzonte.
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L. F. Soft di Luigi Farina |
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