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Spesso i fondi
teatrali di storiche biblioteche come quello
della Casanatense, si rivelano utili, a nostra
insaputa, nel darci notizie sul mondo della
cucina o delle abitudini alimentari dei secoli
passati. Un caso evidente è il riferimento e
parallelismo storico con la civiltà della
forchetta della figura del “parassito”.
Questo personaggio
particolare delle commedie “erudite”, ovvero
commedie regolari, di struttura classica,
composte da autori romani attivi a Roma, ebbe
grande fortuna di pubblico. Le opere che lo
vedono protagonista furono stampate in tutto il
territorio laziale fra il 1605 e il 1683.
Personaggio di repertorio, il parassito, con i
suoi comportamenti ci aiuta conoscere più a
fondo i gusti e le abitudini romane,
specialmente quelle popolari, del XVII secolo.
Creato dalla commedia greca “antica”, visto che
con lo stesso appellativo appare nei frammenti
di Epicarmo da Siracusa, attivo tra fine del V e
l’inizio del IV secolo, la “fortuna” del
parassito arriva, con alcune modifiche, sino al’600.
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Adulatore servile
o meglio letteralmente “uno che mangia accanto”
era il titolo dato alla categoria dei sacerdoti.
Sacerdoti, insaziabili, partecipanti a cerimonie
religiose caratterizzate da abbondanti offerte
alimentari. Il termine fu poi riferito,
scherzosamente, a quanti riuscivano a mangiare
grazie al contributo generoso di ricchi padroni
cui prestavano servizio.
Con il tempo il
personaggio del “parassito” si identifica e
sovrappone ad un altro tipo sociale ovvero il
soldato mercenario, vanitoso e sbruffone, sempre
pronto a “far man bassa delle mense”.
Nel Seicento,
questo sbruffone intemperante assume un ruolo
indispensabile allo svolgersi della commedia.
Genere diretto per lo più a un pubblico
aristocratico, di corte, viene soppiantata in
seguito, dall’incalzante e più fortunata
Commedia dell’Arte.
Tornando al
“parassita” il cui ruolo è rappresentare … “parasiti
puzzolenti, insaziabili, incorreggibili, senza
rispetto, senza vna crenza al mondo, ch’hanno
per loro nume il ventre, per isteccato la
cucina, per arringo le crapule, per trofeo l’vbbriachezza”
(Costantino de’Notari, Il duello
dell’ignoranza e della scienza, Milano 1607)
ha tra le sue preferenze alimentari una serie di
pietanze, utili alla conoscenza delle abitudini
alimentari romano-laziali del’600, e della
cultura gastronomica popolare.
Fasciola, Lupo,
Trippa, Lardo, Trangugia sono alcuni degli
appellativi con i quali viene indicato: ”un
uomo sempre in cerca di ghiottonerie, dalla
frenetica necessità di riempirsi lo stomaco;
stomaco da una fame mai saziato”.
Sempre in cerca di
cibo, capace di lunghi soliloqui nei quali ad
occhi aperti racconta di vivande raffinate o
banchetti fastosi, alla ricerca di qualche cibo
per riempire il suo vuotissimo ventre. Questo
atteggiamento che lo caratterizza raggiunge
l’esagerazione, diviene un’iperbole della Gola:
sinonimo d’ingordigia e non certo di
buongustaio.
Le vivande
preferite dai “parassiti” sono soprattutto le
carni: in primo luogo i capponi, galline,
tacchini, fagiani, starne, pernici, tordi,
quaglie, vitella mongana, castrato, capretto.
Spetta alla trippa un ruolo da protagonista.
Esaltata con un’autentica lode in alcuni; dai
palati “più raffinati” viene considerata cibo da
“uomini rozzi”, e paragonata all’insalata
e alle verdure in genere, ovvero: “erbacce
che guastano lo stomaco e che sono cibi da
villanie e da bestie”.
Il codice
linguistico del “parassito” è il romanesco. La
vita quotidiana che trascorre è colta nelle
piazze romane (il vecchio geloso di
Raffaello Riccioli), connotazione questa, che lo
rende brillante e vivace nei dialoghi ed in
sintonia con l’ambientazione.
Ma al nostro
parassita, non manca la capacità di stupire il
suo pubblico. Diventa con l’occasione, un cuoco
tuttofare, come nel caso della commedia
Gl’amanti schiavi di F. Maidalchini; dove al
solito ghiottone si sostituisce “lo chef” presso
i turchi, che descrive con abilità istrionica
una serie di appetitose ricette, fra le quali
spicca quella delle polpette fritte.
Polpette fritte,
trippa, carne di selvaggina o galline, cuoco o
pseudo-buongustaio; le commedie che hanno come
protagonista questo “caratterista” ci delineano,
con piacevole stupore, il comportamento
alimentare e le abitudini, ancora usuali della
cucina regionale laziale. Piatti come dire
intramontabili, e oggi rivisti con insolito
estro dai moderni artisti dei fornelli.
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