Maggio

2003

Spaghetti Italiani - Portale di Gastronomia

Maggio

2003


Spesso i fondi teatrali di storiche biblioteche come quello della Casanatense, si rivelano utili, a nostra insaputa, nel darci notizie sul mondo della cucina o delle abitudini alimentari dei secoli passati. Un caso evidente è il riferimento e parallelismo storico con la civiltà della forchetta della figura del “parassito”.

Questo personaggio particolare delle commedie “erudite”, ovvero commedie regolari, di struttura classica, composte da autori romani attivi a Roma, ebbe grande fortuna di pubblico. Le opere che lo vedono protagonista furono stampate in tutto il territorio laziale fra il 1605 e il 1683. Personaggio di repertorio, il parassito, con i suoi comportamenti ci aiuta conoscere più a fondo i gusti e le abitudini romane, specialmente quelle popolari, del XVII secolo. Creato dalla commedia greca “antica”, visto che con lo stesso appellativo appare nei frammenti di Epicarmo da Siracusa, attivo tra fine del V e l’inizio del IV secolo, la “fortuna” del parassito arriva, con alcune modifiche, sino al’600.

Adulatore servile o meglio letteralmente “uno che mangia accanto” era il titolo dato alla categoria dei sacerdoti. Sacerdoti, insaziabili, partecipanti a cerimonie religiose caratterizzate da abbondanti offerte alimentari. Il termine fu poi riferito, scherzosamente, a quanti riuscivano a mangiare grazie al contributo generoso di ricchi padroni cui prestavano servizio.

Con il tempo il personaggio del “parassito” si identifica e sovrappone ad un altro tipo sociale ovvero il soldato mercenario, vanitoso e sbruffone, sempre pronto a “far man bassa delle mense”.

Nel Seicento, questo sbruffone intemperante assume un ruolo indispensabile allo svolgersi della commedia. Genere diretto per lo più a un pubblico aristocratico, di corte, viene soppiantata in seguito, dall’incalzante e più fortunata Commedia dell’Arte.

Tornando al “parassita” il cui ruolo è rappresentare … “parasiti puzzolenti, insaziabili, incorreggibili, senza rispetto, senza vna crenza al mondo, ch’hanno per loro nume il ventre, per isteccato la cucina, per arringo le crapule, per trofeo l’vbbriachezza” (Costantino de’Notari, Il duello dell’ignoranza e della scienza, Milano 1607) ha tra le sue preferenze alimentari una serie di pietanze, utili alla conoscenza delle abitudini alimentari romano-laziali del’600, e della cultura gastronomica popolare.

Fasciola, Lupo, Trippa, Lardo, Trangugia sono alcuni degli appellativi con i quali viene indicato: ”un uomo sempre in cerca di ghiottonerie, dalla frenetica necessità di riempirsi lo stomaco; stomaco da una fame mai saziato”.

Sempre in cerca di cibo, capace di lunghi soliloqui nei quali ad occhi aperti racconta di vivande raffinate o banchetti fastosi, alla ricerca di qualche cibo per riempire il suo vuotissimo ventre. Questo atteggiamento che lo caratterizza raggiunge l’esagerazione, diviene un’iperbole della Gola: sinonimo d’ingordigia e non certo di buongustaio.

Le vivande preferite dai “parassiti” sono soprattutto le carni: in primo luogo i capponi, galline, tacchini, fagiani, starne, pernici, tordi, quaglie, vitella mongana, castrato, capretto. Spetta alla trippa un ruolo da protagonista. Esaltata con un’autentica lode in alcuni; dai palati “più raffinati” viene considerata cibo da “uomini rozzi”, e paragonata all’insalata e alle verdure in genere, ovvero: “erbacce che guastano lo stomaco e che sono cibi da villanie e da bestie”.

Il codice linguistico del “parassito” è il romanesco. La vita quotidiana che trascorre è colta nelle piazze romane (il vecchio geloso di Raffaello Riccioli), connotazione questa, che lo rende brillante e vivace nei dialoghi ed in sintonia con l’ambientazione.

Ma al nostro parassita, non manca la capacità di stupire il suo pubblico. Diventa con l’occasione, un cuoco tuttofare, come nel caso della commedia Gl’amanti schiavi di F. Maidalchini; dove al solito ghiottone si sostituisce “lo chef” presso i turchi, che descrive con abilità istrionica una serie di appetitose ricette, fra le quali spicca quella delle polpette fritte.

Polpette fritte, trippa, carne di selvaggina o galline, cuoco o pseudo-buongustaio; le commedie che hanno come protagonista questo “caratterista” ci delineano, con piacevole stupore, il comportamento alimentare e le abitudini, ancora usuali della cucina regionale laziale. Piatti come dire intramontabili, e oggi rivisti con insolito estro dai moderni artisti dei fornelli.
 

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