 |
Esiste nel
Modenese, in val Panaro, nel tratto che va da
Vignola a Guiglia, con “epicentro” a Marano, un
prodotto gastronomico antichissimo e preparato
con ingredienti quasi “primordiali”, come acqua,
farina, sale e grasso di maiale. Ha un nome
allegro e misterioso, borlengo. È il cibo più
tipico di questa terra e si prepara ponendo in
una padella un lattice di fior di farina
stemperata in acqua salata con l’aggiunta di un
pizzico (o meglio di una noce) di grasso di
maiale, d’aromi naturali come il rosmarino e
l’aglio e di una manciata di parmigiano-reggiano
stravecchio. Si tratta di un cibo molto povero,
che qualcuno vorrebbe addirittura “inventato”,
grazie alla necessità che aguzza l’ingegno,
durante uno dei tanti assedi subiti, alla fine
dell’XI secolo, dalla rocca di Vignola da parte
delle truppe di Giovanni da Barbiano. |
|
La difficoltà di
preparare queste croccanti “crêpes” sta nel
riuscire a spargere la miscela d’acqua e farina
in un sottile strato da cuocere su delle padelle
senza bordo, dette “soli”, e preventivamente
unte con del lardo. Il liquido si spande in
fretta e l’abilità consiste nel non farlo uscire
dai margini prima che si sia velocemente
rappreso. Quando è cotto, il sottile e friabile
“borlengo” deve essere piegato a metà e poi
ancora a metà, non prima di essere stato condito
al centro con un “battuto” di lardo e rosmarino.
Da alcuni anni,
questa rustica merenda ha preso piede, insieme
col “gnocco” fritto e con le crescentine, nelle
numerose trattorie che, durante l’estate,
affollano la strada tra la città, la collina e
la montagna. Il “borlengo” è sempre stato il
cibo particolare dei lunghi periodi invernali.
Qualcuno, a giusta ragione, lo considera un
valido pretesto (la sua cottura a regola d’arte
sulla carbonella nelle grandi padelle di rame
stagnato impegna mediamente non meno di 5-6
minuti) per incontrarsi, parlarsi, conoscersi e
intendersi.
Mangiare questo
cibo tipicamente montanaro, che ognuno consuma
in piatti che s¹impilano a mano a mano e che
servono all’oste per documentarsi su quanti ne
ha portati in tavola, è il benefico pretesto per
stare assieme nel corso delle lunghe e fredde
notti invernali vicino al fuoco del camino.
Andare per
“borlenghi” (soprattutto a Vignola, capitale
delle ciliegie e dei duroni, ma anche a Marano
sul Panaro e a Guiglia, esistono degli
specialisti detti “borlengari”) si trastorma in
un’ottima occasione per bere insieme una
bottiglia di lambrusco nelle lunghe serate
d’attesa della bella stagione.
Qualcuno ha voluto
cercare a tutti i costi l’etimologia di questo
cibo ex povero. Il “borlengo” sarebbe il frutto
di una burla fatta ai danni di una massaia che,
con acqua e farina, stava preparando il
tradizionale impasto per le crescentine da
cuocere nelle “tigelle”, piccole pietre
refrattarie in mezzo alle quali, un tempo, i
dischi di pasta erano accostati al fuoco del
camino. La donna, trovandosi improvvisamente
allungato eccessivamente dall’acqua l’impasto
per il cibo quotidiano, non pensò nemmeno per un
attimo di buttarlo via. E provò con successo a
ricavarne ugualmente qualcosa da mangiare.
|