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Le castagne,
frutto storico
L'alto
monregalese è, da secoli, terra di pregiate
castagne. I catasti più antichi dei nostri
comuni montani mettono in rilievo in modo molto
evidente il valore che, fin dall’antichità, ebbe
la coltivazione del castagno per le popolazioni
valligiane.
Le genti delle
fasce medio-montane ( fra i settecento ed i
mille metri di altitudine) hanno strappato
terreno alle foreste di rovere e di altre
essenze selvatiche per far posto in maniera
sempre più massiccia al castagno fino a
saturarle quasi completamente di quest'albero
che ha segnato per secoli i tratti di una
civiltà.
Da sempre la
storia insegna quanto sia grande l'importanza di
un prodotto della terra per le genti che la
popolano, molte volte può essere determinante
per la sopravvivenza di intere popolazioni;
così è stato
sicuramente nel nostro caso , anche se oggi
difficilmente ce ne possiamo capacitare.
Le montagne del
monregalese hanno dato, con l'avvento del
turismo, una svolta determinate al loro
orientamento economico, i paesi si sono
trasformati e mentre alcuni sono scomparsi a
causa dello spopolamento del dopoguerra, ne sono
nati di nuovi in seguito all'insediamento di
stazioni sciistiche.
In questo turbine
di trasformazioni l'economia ha subito dei
cambiamenti molto profondi ed anche la coltura
del castagno ha perso un po' della sua
originaria importanza, mantenendo tuttavia una
posizione importante nel contesto delle attività
agricole che ancora vengono praticate in
montagna.
Ancora oggi,
infatti, molti paesi del monregalese nei mesi
autunnali vedono rinnovarsi un' inconsueta
animazione. I boschi si popolano di "castagnao"
, i seccatoi con le graticole cariche di
castagne da essiccare ricominciano a fumare,
nelle aie sfavillano i fuochi dove si cuociono
le caldarroste ed i trattori ritornano dai
boschi carichi di sacchi di juta pieni del
prezioso frutto.
Un tempo con
l'arrivo dell'autunno la vita sociale dei paesi
subiva una svolta ancora più netta ; le veglie
serali si tenevano direttamente nei boschi,
all'interno dei seccatoi , la gente trascorreva
le proprie giornate nel bosco e l'alimento
principale diventava la castagna, bollita ,
arrostita o col latte.
Nei cortili si
improvvisavano balli perché si approfittava
dell'arrivo delle "castagnere", ragazze
provenienti dalle valli circostanti che facevano
"la stagione" a raccogliere le castagne.
L'uomo entrava in
simbiosi col castagno, col suo frutto, col
bosco, col suo lavoro autunnale. Oggi nei nostri
paesi si festeggia la civiltà del castagno con
sagre paesane dalla formula semplice; per tutti
caldarroste, vino, musica e folclore.
Le più antiche
castagnate hanno ormai superato i trent'anni e
si ripetono ad ogni autunno, mentre per
l'occasione i paesi si ripopolano. Tornano i
turisti per un'ultimo week end prima
dell'inverno ed anche i valligiani si ritrovano
attorno ai fuochi a far festa.Ma la vera
protagonista rimane lei, la castagna, che balla
tra le fiamme come cento, duecento, cinquecento
anni fa, umile ed importantissima.
Le specie
coltivate nel Bosconero
La castagna,
quella che noi mangiamo e definiamo frutto,
botanicamente parlando, è il seme, e più
precisamente si tratta di un "achene".
Destinato alla
nostra tavola è il cotiledone che è avvolto da
una fine pellicola la quale, così come la buccia
(o pericarpo) deve essere tolta.
Il frutto del
castagno è il riccio che comincia a comparire
sulle fronde degli alberi a giugno, raggiungendo
poi nell'estate la piena maturazione per poi
aprirsi all'inizio dell'autunno.
A seconda delle
annate, che possono portare ad una maturazione
più o meno precoce, il riccio può cominciare a
schiudersi, aprendo le sue quattro valve e
lasciando cadere a terra le castagne, a partire
dalla metà di settembre fino ai primi freddi di
novembre.
La castagna, in
quanto seme, porta alla base la larga cicatrice
chiara della ilo, dov'era a contatto col
pericarpo ed in alto il ciuffetto che ne
caratterizza la forma non è altro che lo stilo,
ossia il fiore femminile ormai secco.
Sebbene un'analisi
scientifica indichi la composizione di tutte le
castagne in circa un 40 % di amido ed un 30 % di
zuccheri, la varietà di gusto tra una specie e
l'altra è notevole.
Le castagne delle
valli Corsaglia, Roburentello e Casotto sono
molto apprezzate dagli intenditori per il loro
gusto particolare, sebbene la loro dimensione
sia inferiore a quella dei più noti "marroni"
che rappresentano sicuramente la varietà più
conosciuta e più diffusa.
Quassù si
raccolgono queste specie :
Gabbiana : ,
Gustosa, ha il guscio fine e la forma
tondeggiante, apprezzata sopratutto
nell'essiccazione perché garantisce una resa
molto alta. E' l'ideale per fare le caldarroste.
Gàgia : ha
caratteristiche simili alla precedente; l'albero
è leggermente diverso.
Sìria : simile
alle precedenti ma più piccola, sovente si
assiste ad una presenza multipla di castagne
all'interno del riccio.
Rum-nà : Più
grandi delle precedenti, hanno la pelle molto
scura che spesso, per l'esuberanza della polpa
si fessura. Date le dimensioni sono destinate
alla vendita fresche.
Ciapasatra: Sono
grandi e piene, leggermente appiattite e con la
pelle più rossiccia. vengono vendute fresche e
sono ottime per fare le "fru-ve", ossia le
bollite.
Servai :
nonostante il nome non si tratta di un selvatico
( servajun) ma di una specie innestata che dà
ottime castagne, non molto grandi ma saporite e
dalle quali si ricavano le pregiate "viùtte".
Quello che accade
oggi, in realtà, è che quasi la totalità del
prodotto viene venduta fresca portando ad un
inevitabile deprezzamento di ogni varietà, non
sufficientemente valorizzata.
Proprio in virtù delle peculiari
caratteristiche di ogni specie, e
dell'incontestabile qualità del gusto, valutando
anche il fatto che le castagne di queste valli
sono un prodotto assolutamente naturale e
coltivato in modo biologico, si viaggia oggi
verso una loro maggiore.
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