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"Le ragioni del gusto"
di
Gino Adamo
In occasione della
recente pubblicazione del libro di gastronomia “Slow
Food – le ragioni del gusto”, il giornalista
Alain Elkann ha telefonato all’editore Giuseppe
Laterza, per porgli alcune domande sull’opera.
D. Giuseppe Laterza,
lei e' un editore di grandi saggi filosofici,
storici, economici. Adesso si interessa al
fenomeno Slow-Food. Perche' la gastronomia?
R. Prima di tutto
perché il libro che pubblichiamo, «Slow Food - le
ragioni del gusto», è il risultato di un incontro
con un personaggio straordinario, quel visionario
pragmatico che è Carlin Petrini. In secondo luogo
il libro descrive una rivoluzione culturale:
quindi non e' dissociato da altre pubblicazioni
Laterza. E' una rivoluzione che parte dal cibo e
dal piacere, ma che trasforma in profondita'
relazioni economiche e sociali".
D. Cioe'?
R. «La riscoperta
delle produzioni artigianali e locali: il volto
buono della globalizzazione, che non schiaccia i
deboli ma li fa conoscere in tutto il mondo. Non
e' un caso che, nell'ultimo numero della rivista
“Slow Food”, il servizio d'apertura fosse dedicato
all'India. Insomma, in un'epoca profondamente
anti-umanistica come la nostra, gli uomini possono
ritrovare anche attraverso il cibo le ragioni
della diversita'".
D. Il libro ha
suscitato un enorme successo alla Fiera del Libro
di Francoforte e anche interesse da parte del
sottosegretario ai Beni Culturali Vittorio
Sgarbi...
R. Si', Sgarbi si
interessa al cibo come patrimonio culturale del
nostro Paese. In questo la Francia e' un esempio
cui riferirsi. Il cibo locale e regionale e'
registrato sistematicamente come grande risorsa
culturale e turistica".
D. Altri libri di
questo filone?
R. E' uno dei
settori piu' fortunati di Laterza. Abbiamo avuto
grande successo, per esempio, con il volume “LA
CUCINA ITALIANA - STORIA DI UNA CULTURA” di
Montanari e Capatti".
Dalla rubrica “Specchio”, edita dalla “Stampa”,
27 ottobre 2001
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Cibo come metafora narrativa della vita
di
Gino Adamo
Metafora di vita,
amore e identità, il cibo è spesso fonte di
ispirazione privilegiata per molti scrittori.
Ecco alcuni recenti romanzi di "ambientazione
gastronomica", che propongono un succulento
itinerario tra sentimenti, avventure, ricordi e
delizie della buona tavola. Ne passiamo in
rapida rassegna alcuni di recente pubblicazione.
«La parte più
tenera»
Viene dagli USA:
alla critica culinaria più famosa d'America una
lettura appassionante come l'amore per la
cucina. Il ricordo dei sapori perduti
dell'infanzia, i primi passi tra i fornelli e la
scoperta delle gioie della vita e della
gastronomia più raffinata.
«La scoperta
del cioccolato»
Nel Messico invaso
dalle armate di Hernan Cortés, un giovane
conquistador è iniziato alle delizie del
cioccolato da una bellissima indigena. Una
storia d'amore che si perde nei labirinti del
tempo intrecciandosi a quella del dolce più
amato.
«Lezioni di
francese» di Peter Mayle
Una dichiarazione
d'amore per un paese e la sua inimitabile
cucina. Peter Mayle racconta atmosfere, profumi
e sapori di Francia in un romanzo che dimostra
come piacere della lettura e della tavola si
sposino alla perfezione.
«La dispensa
del diavolo» di Jim Crace
Tra portate
raffinate, ricette insolite e piatti proibiti il
romanzo di Jim Crace si addentra nei misteri
dell'esistenza. Sessantaquattro tappe di un
viaggio narrativo fra i piaceri della tavola per
descrivere la vita e i suoi inconfessabili
appetiti.
«La donna da
mangiare», di Margaret Atwood
Dopo il successo
dell'Assassino cieco, un altro romanzo di
Margaret Atwood. Una storia di straordinaria
modernità sul rapporto con il cibo. Protagonista
una donna che si ribella al fatto di essere
"consumata". E smette di mangiare
«Cibo», di
Helena Janeczeck
Il cibo come
identità e come ribellione, come rifugio e come
malattia, come memoria. Un'emozionante
narrazione di Helena Janeczeck in cui a ogni
pietanza, piatto e ricetta si lega un amico, una
compagna di scuola, un ricordo, una passione,
una ferita.
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Pasqua ebraica e cristiana
di
Gino Adamo
La Pasqua è al
contempo festa ebraica e cristiana. Istituita da
Mosè essa rievoca al popolo di Israele la
liberazione dalla schiavitù in Egitto. Il nome
deriva dalla grafia ebraica Pèsah che commemora
il “passaggio” di “Jaweh”, il Dio di Israele, in
Egitto per colpire i primogeniti egiziani,
risparmiando quelli israeliti. La Pasqua
cristiana commemora invece la risurrezione di
Cristo: una festività parallela a quella
ebraica, che si celebra il 14-15 del mese di
Nisan. Nel calendario ebraico i mesi
coincidevano con i cicli lunari. Non potevano
quindi corrispondere né ai mesi del calendario
giuliano né a quelli del calendario gregoriano
(cioè il nostro). Alla festività pasquale sono
connessi usi tradizionali di derivazione sia
ebraica e sia pagana.
Tradizionalmente
ebraico è il pasto con l’agnello, che agli
israeliti rammentava il sacrificio che aveva
preceduto la partenza dall’Egitto. Pagana è,
invece, l’offerta dell’uovo, simbolo di
fecondità per i romani, mentre per i cristiani
era considerato simbolo di risurrezione.
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Pranzi e danze alla corte d'Austria
di
Gino Adamo
Una etichetta
assai rigorosa governava la vita di Corte che si
svolgeva nelle innumerevoli stanze (ben 1441)
del castello di Schonbrunn (Austria).
Il primo gennaio
avevano inizio i “pranzi di famiglia”, che poi
d’inverno si ripetevano ogni domenica.
Noiosissimi, bisogna aggiungere. L’imperatore
Francesco Giuseppe (che, durante la Grande
guerra, i soldati italiani chiameranno Cecco
Beppe) occupava un posto centrale su un lato
lungo del tavolo; di fronte a lui sedeva
Elisabetta. Ai loro lati si alternavano i
diversi commensali: arciduchi e arciduchesse,
talora qualche principe di passaggio. Stava alle
loro Maestà proporre l’argomento di
conversazione, agli altri competeva soltanto di
rispondere.
Decisamente
divertenti erano invece i “pranzi di corte”, che
si davano alla Hofburg, residenza imperiale,
due-tre volte alla settimana. L’atmosfera era
ravvivata dalla presenza di ospiti illustri,
talora brillanti: generali, artisti, uomini
politici, scienziati. Il menù si componeva di
una decina di portate, ciascuna servita con un
particolare tipo di vino; e la prima era
invariabilmente di ostriche. Il servizio era
eseguito con grande celerità, per cui buona
parte dei commensali finiva col mangiare e bere
ben poco: a tutto vantaggio dei camerieri che
disponevano liberamente dei cibi avanzati.
Tre colpi battuti
alla porta facevano ammutolire tutti: entravano
il Direttore del cerimoniale, poi il Gran
cerimoniere, il Primo Ministro di Corte e,
infine, la coppia reale, seguita dagli
arciduchi.
Il pranzo finiva
alle 17 e allora il corteo si avviava al Prater,
il grande parco di Vienna (aperto al pubblico
nel 1766), per sfilare nel viale principale.
Alla corte degli
Asburgo si ballavano molti valzer, polke e
quadriglie (quasi sempre su musica di uno degli
Strauss). La successione delle danze era fissata
con precisione cronometrica: “Primo valzer, ore
21.30. Cinque minuti di riposo. Prima polka: ore
21.42, e così via.
In prossimità
dell’inverno, si cominciava a pensare alle corse
in slitta, alle rappresentazioni al Burgtheater,
lo splendido Teatro di Corte, ai concerti. Il
crollo dell’impero dell’aquila bicipite - il
favoloso universo multietnico d’Austria-Ungheria
- era ancora così remoto da essere allora
semplicemente inimmaginabile.
Per chi desidera approfondire: A.Wandruszka:
“Gli Asburgo” (Dall’Oglio, 1974)
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Storia di vini - Come nasce il Barolo
di
Gino Adamo
Il conte Camillo
Benso di Cavour non fu soltanto quel sagace uomo
politico che tutti sappiamo; rivelò, difatti, un
ammirevole fiuto anche nella fruttuosa
amministrazione delle terre di famiglia. Appena
libero dai gravosi impegni della politica, se ne
occupava con molta passione e abilità. Cavour
amava soggiornare di frequente al Castello di
Grinzane, dov’erano situate le sue pregevoli
tenute agricole; confinanti di rango erano i
Marchesi Falletti di Barolo, vecchi amici di
famiglia. Il Cavour discute spesso con loro dei
vini della zona che, purtroppo, non sono
conservabili. Il grande uomo politico italiano
ha sentito dire che Oltralpe hanno compiuto
notevoli progressi grazie a tecniche
particolari. D’accordo con gli amici Falletti,
il conte di Cavour, che, frattanto, ha tenuto a
battesimo l’unità d’Italia, decide di chiamare a
consulto un enotecnico francese, un tale
Monsieur Oudart, che, in effetti, si rivela un
vero esperto. In sostanza i suoi precetti
prescrivono di anticipare la vendemmia,
introdurre sistemi innovativi nel processo di
vinificazione, prolungare la fermentazione e
infine invecchiare il prodotto in botte: anche
per lungo tempo.
In breve: è nato
il Barolo!
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Pollo lesso alla Enrici IV
di
Gino Adamo
Enrico IV di
Navarra non amava soltanto le belle donne, ma
anche la buona tavola. Lo storico Sully
riferisce nelle sue memorie che un giorno del
1606, invitato a colazione all’Arsenale il re
appena arrivato, invece di prendere solennemente
a tavola nel salone, preferì recarsi a fare un
giro d’ispezione nelle cucine, dove si diede a
sollevare i coperchi delle pentole, sotto lo
sguardo stpito e sgomento dei marmittons. Il re
di Francia si fece servire delle ostriche e un
bicchiere di vino bianco d’Arbois. Fu
un’iniziativa che servì un po’ a sdrammatizzare
la solennità del pranzo reale: il re dimostrò
che poteva esserci gusto anche a fare qualche
spuntino alla buona in cucina tra cuochi e
camerieri (oggi diremmo snack). Il tutto senza
gran pompa. Il nome di Enrico IV resta legato,
per gli storici della cucina, a due riforme del
cerimoniale gastronomico: il diffondersi
dell’uso della forchetta, ch’era stato dapprima
esclusivo privilegio delle corti rinascimentali,
soprattutto italiane (segnatamente fiorentine);
e l’integrazione della tovaglia unica (in cui
tutti si pulivano la bocca e le dita) con i
tovaglioli singoli, talora cambiati ad ogni
portata. Ma il re di francia non diede il suo
nome a queste pregevoli innovazioni nel
cerimoniale di tavola, né ai canditi, di cui si
racconta fosse ghiottissimo. Il suo nome rimane
invece legato al pollo lesso. Proprio così:
merito della politica. Lo storico Sully
riferisce la circostanza del singolare
abbinamento. Durante un discorso ufficiale al
Duca di Savoia, egli ebbe a dire: “Io vorrei
che, nel mio regno, ogni lavoratore potesse
mettere un pollo in pentola”. Nasce così la
leggenda della «poule-au-pot alla Enrico IV»,
tramandata nei secoli successivi (l’autenticità
della citazione è confermata da una nota di
pugno di Voltaire).
A rigore, però, la
bella frase sembra meglio riferibile ad una
possibile riforma sociale più che a veri
principi di cucina… Non credete?
Sul tema suggeriamo i testi:
M. Casalini:
Le curiosità della tavola (Roma, 1937)
L. Goldscmied:
Enciclopedia gastronomica (Milano, 1954)
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