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Washington:
memorie di un "giornalista" italiano
di
Gino Adamo
“…
nel 1973 Washington era … piena
"provincia" giornalistica rispetto
alla vera "capitale" dell'informazione
americana, che era New York.
Il
cibo era "standard americano" prima
dell'esplosione dell'ipocondria dietetica,
hamburger, salsicce, bistecche grasse ustionate
al barbecue, innominabili pizze, hot dogs e
stufati di manzo con patate. Il massimo brivido
di esotismo culinario, osservò James Reston del
"New York Times" che ci aveva lavorato
molti anni, "era una fetta di emmenthal
svizzero importato nel reparto frigorifero del
supermarket".
Per
trovare pasta e pelati italiani, il salvagente
gastronomico al quale noi stavamo aggrappati per
salvarci se non l'identità nazionale almeno lo
stomaco, ci si doveva avventurare oltre la
ferrovia, in pieno ghetto nero, dove, fra
magazzini bruciacchiati, case con le finestre
inchiodate e ceffi inquietanti appoggiati al
muro, un grossista italo-americano li vendeva ai
pochi pasta-dipendenti come se spacciasse
cocaina”.
Tratto
da “Parola di giornalista” di Vittorio
Zucconi Editore
Mondatori, 1996
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Le
spezie di Zanzibar (Tanzania)
di
Gino Adamo
Una
brezza leggera agita dolcemente la cima degli
alberi della foresta di Zanzibar. Raccontano che
un tempo l’isola fosse tutta così,
vale a dire prima che le piantagioni di cocco,
di mango e soprattutto quelle di preziosissimi
“chiodi di garofano” ne modificassero
il volto. Non certo profondamente: solo il
paragone con questo fazzoletto di giungla fa
capire come l'intrico di piante che in genere
avviluppano le strade sconnesse siano in realtà
delle "ordinatissime" piantagioni.
L'abbacinante
sole africano splende in un cielo costantemente
terso e sereno. Nella giungla di Jozani, si vive
in una eterna penombra verde; la luce intensa
viene fermata al di sopra della volta della
foresta, un sorta di compatto tetto di rami e
foglie.
Gli
sterminati filari allineati di piante di chiodi
di garofano si sottraggono a questa
babele naturale di banani, manghi, pepe,
cannella, ginger, cardamono. Sconfinate
piantagioni in mezzo alle quali ogni contadino
riconosce le proprie piante senza esitazione
(ossia senza l'ausilio di pali o di recinzioni).
Ma del resto questi piccoli, incredibili chiodini
profumati hanno avuto sempre un ruolo importante
nella vita dell'isola: si dice che sbarcando a
Zanzibar in estate si venga immediatamente
avvolti dal loro profumo intenso, che permea
l'intera città, le persone, le cose. Forse è
solo leggenda, chissà. Oggi, Zanzibar,
è vero, non ne vanta più il primato mondiale;
purtuttavia, le spezie costituiscono tuttora la voce
più cospicua nel bilancio della piccola
isola. |
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Carne
di cavallo per il VII Cavalleggeri di G. A. Custer
di
Gino Adamo
«L’ultimo
boccone di carne era stato consumato e gli
uomini, dopo un giorno di privazione di questa
componente essenziale della loro dieta, erano
divenuti quasi famelici. I nostri cavalli
avevano mangiato già da parecchi giorni la loro
ultima razione di avena e l’erba era troppo
rada e del tutto insufficiente a garantire ad
essi possibilità di sopravvivere.
(
… ) Percorremmo solo poche miglia, ma anche
questa pur breve distanza fu sufficiente a
dimostrarci quanto i nostri cavalli fossero
divenuti deboli e affranti; uno di essi morì di
fame prima che raggiungessimo la zona dove
avremmo dovuto accamparci durante il primo
giorno della nostra marcia di ritorno. La
circostanza, comunque, si rivelò vantaggiosa
per noi. Molto è stato detto sulla bontà della
carne di cavallo usata come alimento. I nostri
bisogni ci costrinsero a sottoporre questo
problema ad un esperimento pratico e l’animale
appena caduto, incapace di rialzarsi ancora,
quando fu deciso di utilizzare la sua carcassa
come cibo. Quella sera gli uomini si offrirono
un abbondante banchetto a base di arrosti,
bistecche e carne alla griglia, tutto a spese
dello sfortunato quadrupede la cui morte era da
attribuirsi solo ad inedia. Comunque a giudicare
dalle allegre risate che riecheggiarono nel
campo all’ora di cena, l’introduzione di
questo nuovo piatto nella lista delle vivande di
ogni giorno incontrò un’accoglienza
cordiale».
Qualche
anno dopo - nell’estate del 1876 - Custer
perirà con il suo reggimento (267 soldati e
ufficiali) a Little Big Horn, sconfitto dai
Sioux e dagli Cheyennes (pr. Scia-ien), che, in
fondo, altro non chiedevano agli invasori wasichu
(“stranieri”, europei in genere, in
lingua Lakota-Sioux) che d’essere lasciati
vivere in pace nell’antica terra degli avi.
Tratto
da «La mia vita nelle pianure - Esperienze
personali fra gli Indiani», del ten. col. George
Armstrong Custer, edito in Italia da Mursia,
Milano 1991-94 (note e traduzione dall’americano
a cura di Gualtiero Stefanon), v. pp.368-369 |
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Discoteca,
addio! Si cambia: nasce la risto-dance
di
Gino Adamo
I
giovani d’oggi scoprono una gran voglia di
socializzare, ossia di comunicare, ma stavolta
diversificando le proprie scelte, le serate di
fine settimana. La discoteca li ha finora
chiusi in un percorso obbligato, che alla fine
ha stancato. Molto meglio chiacchierare davanti
ad un bicchiere di birra in locali tranquilli,
ascoltando musica dal vivo. E soprattutto cenare
alternando il piatto etnico al ritmo di
un ballo sudamericano.
Il
modello tradizionale di discoteca oggi non
funziona più. Sono finite le migrazioni di
giovani disposti a fare 500 chilometri in
macchina per partecipare al rito del sabato sera
nel locale alla moda. E' tramontato pure il mito
dello sballo da consumare in una notte. I nuovi
locali hanno nomi inediti: c’è la risto-dance,
il disco-pub, il dinner club; che poi,
gratta gratta, promuovono tutti la vecchia
formula della balera debitamente
modernizzata.
Solitamente si tratta di locali a
destinazione-multipla, che uniscono al ballo una
buona cucina, alla musica fragorosa il benessere
psico-fisico di un ambiente tranquillo: capaci,
quindi, di attirare un pubblico giovanile che,
beninteso, ama ancora tirare l'alba, ma, adesso,
non più con l'ossessione dei ritmi e delle
regole della techno. Almeno questa sembra
attualmente la tendenza fra i giovani delle
ultime generazioni.
"Il
futuro dell'industria della notte - assicurano
alcuni esperti del settore - sta di conseguenza
nella capacità di specializzarsi. E’
facile prevedere che sopravvivranno con
successo, soprattutto, quei locali che sapranno
intercettare i nuovi gusti dei giovani che da
qualche tempo si sono stancati di “sballare". |
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All'origine
di piatti celebri: "Il filetto alla Voronoff"
di
Gino Adamo
Quando,
nel 1951, il professore Sergio Voronoff morì,
soltanto alcuni vecchietti - fuori dell’ambiente
medico - si ricordarono di lui. Ne rammentarano
a lungo, soprattutto, la “ricetta” dell’eterna
giovinezza (vigore sessuale, anzitutto),
frutto di celebri esperimenti, di innesti di
ghiandole ch’egli compiva nella sua bella
villa, situata nelle vicinanze di Ventimiglia,
dove allevava, dentro apposite gabbie, decine di
scimmie destinate ad offrire la materia prima
per taluni delicati trapianti.
Il
“rimedio” del professore era al contempo
semplice e gustoso: si trattava, difatti, di una
speciale “ricetta”. Ricetta,
beninteso gastronomica (non clinica), che
vale la pena di farsi prescrivere,
perché - sostengono gourmet di mezzo mondo -
davvero squisita e stuzzicante.
Chi,
oggi, non conosce il “filetto alla Voronoff”?
E’
appena il caso di ricordarne la preparazione:
cotto en boite (ossia in un piccolo
tegame a chiusura quasi ermetica) con aggiunta
di salse piccanti, il piatto del professore
russo si trasforma in una “bomba culinaria”:
gli ingredienti usati sono capaci, secondo certe
norme di cucina erotica, di ridestare ardori
giovanili in chi li assapora. Non era ovviamente
l’elisir di giovinezza, ma il palato ci
ha sicuramente guadagnato e il piatto è
rimasto. Il nome di Voronoff risuona
dappertutto, in tutte le buone cucine del mondo,
ripetuto giornalmente da turbe di camerieri e
cuochi. Per la gioia d’innumerevoli palati
esigenti. |
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Il
berretto da cuoco
di
Gino Adamo
Anche
il berretto da cuoco - la classica “toque
blanche” - rientra a pieno titolo nella
divisa culinaria universale.
Chi
la inventò? Un francese: ovviamente! Da
sempre la Francia occupa, difatti, un posto di
spiccato rilievo nel settore gastronomico
mondiale. La moda della “toque blanche” fu
lanciata da un grande della scienza della
cucina raffinata, rimasto a tutt’oggi
insuperato: il famoso Caréme, che, nel
1823, quand’egli era ancora in servizio alla
Corte di Giorgio IV d’Inghilterra, scorse un
copricapo del genere in testa ad un praticante
legale e subito il suo senso estetico e il suo
amore per l’igiene ne furono colpiti. Fu lui
stesso ad adottarlo nella sua versione candida,
per sé e per i propri collaboratori. Invero, Caréme
non era soltanto un grande cuoco, ma anche un
autentico opinion leader, un punto di
riferimento nell’ambiente: ecco perché subito
furono in tanti ad imitarlo. Nasce così la toque
blanche, simbolo della professione culinaria
in tutto il mondo. |
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