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Testi di Gino Adamo - Data ultima revisione: 3 Dicembre 2001

Pagina realizzata da Luigi Farina (lfarina52@hotmail.com)

La gastronomia

Scritta "Cenni storici"

La gastronomia nella storia e nella letteratura

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Senza Dio non esisterebbe neppure il "cognac"

 

La discussione era finita, ma, cosa strana, Feodor Pavlovitc, così allegro poco prima, si accigliò verso la fine. Si accigliò e tracannò ancora un bicchierino di cognac, il qual bicchierino era proprio di troppo.
-«Sgomberate gesuiti, andate via! - gridò poi ai domestici. (…) - Queste canaglie non mi lasciano un momento tranquillo, neanche dopo pranzo. - disse con un senso di dispetto, appena i servi si furono allontanati secondo il suo ordine. - Smerdiakov, adesso, ha preso l’abitudine di intrufolarsi qua dentro ogni giorno, durante il pranzo.
-(…) Amico mio, se tu sapessi come io odio la Russia …, non proprio la Russia, ma tutti i suoi difetti… (…) Sai cosa amo? Amo lo spirito!
-Ancora un altro bicchiere? Badate che è forse un po’ troppo!
-Aspetta, ne bevo ancora uno, poi ancora uno, e poi basta(…) Ti domando per l’ultima volta e recisamente: c’è Dio o non c’è? Per l’ultima volta!
-Per l’ultima volta: no, non c’è!
-Chi dunque si burla degli uomini, Ivan?
-Dev’essere il diavolo sorrise Ivan.
-E il diavolo esiste?
-No, non esiste neppure il diavolo.
-(…) che cosa merita, allora, il primo che ha inventato Dio? Sarebbe poco impiccarlo ad un albero.
-Non esisterebbe affatto la civiltà, se non avessero inventato Dio.
-Non esisterebbe la civiltà senza Dio?
-No! E non esisterebbe nemmeno il cognac (…)


Feodor Dostoveskij, «I fratelli Karamazov», - Ed. Bietti 1968 (Libro terzo, cap.VIII, pp.188-191)

 


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Filosofia in trattoria

 

Ivan (…) occupava semplicemente una tavola vicino alla finestra. (…) I camerieri correvano avanti e indietro. (…) nelle altre sale della trattoria regnava l’abituale animazione; si sentivano schiocchi di bottiglie di birra stappate, richiami d’avventori impazienti, cozzi di palle da biliardo, nonché il suono d’un organetto. Alioscia sapeva che Ivan non frequentava quasi mai quella trattoria (…)
-Vuoi che ordini per te zuppa di pesce, o qualcos’altro? Non vivi di solo tè, vero? - esclamò Ivan molto contento di aver vicino Alioscia. Egli aveva finito di mangiare ed ora stava sorbendo un tè.
-Vada per la zuppa di pesce; poi prenderò anche il tè: ho proprio fame - rispose Alioscia allegramente.
-E la marmellata di ciliege? Ne hanno di buona, qui. Ti ricordi come ti piaceva la marmellata di ciliegie quand’eri piccino, in casa di Poljenov?
-E tu te ne ricordi? Vada anche per la marmellata, dato che mi piace ancora. 
Ivan chiamò il cameriere e gli ordinò una zuppa di pesce, tè e marmellata.(…)
-Ecco ti hanno portato la zuppa di pesce; mangiala, e buon appetito. E’ buona, qui la preparano molto bene.
-Alioscia, guardami bene: non son forse anch’io un ragazzetto proprio come te, salvo che non porto la tonaca? Come hanno agito finora i ragazzi russi? (…) Ecco, prendi, per esempio, questa trattoria puzzolente. Essi vengono qui e si siedono in un angolo. Non si sono mai conosciuti prima, e usciti da questa trattoria si separeranno di nuovo, forse per altri quarant’anni. Orbene, di che cosa parleranno in questa trattoria, in questo breve attimo che hanno colto al volo? Ragioneranno certamente dei problemi universali; se c’è o non c’è Dio, se c’è o non c’è l’immortalità. E quelli che non credono in Dio parleranno di socialismo e di anarchia, discuteranno della riorganizzazione dell’umanità su nuove basi. Ma insomma, saranno sempre le medesime questioni, sia pure considerate da un altro punto di vista. E una quantità innumerevole di giovani russi, i più originali, non fanno altro, ai tempi nostri che discutere sui problemi universali … Non ho forse ragione?» 


Feodor Dostoevskij, «I fratelli Karamazov», Ed. Bietti 1968 (Libro quinto, cap. III - pp.299-305).

 


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Anche i fagioli sono buoni

La sala da pranzo così piccola e così intima mi aveva rallegrato (…) Sedemmo a tavola e io mi misi accanto ad Astarita come gli avevo promesso; ma lui non parve accorgersene, sembrava preoccupato al punto da essere incapace di parlare. Dopo un momento, rientrò l'oste con gli antipasti e il vino; ed io, che avevo una gran fame, mi gettai sul cibo con impeto (…)
-Mangia, mangia” - osservò [Gisella] - con Gino non mangerai mai altrettanto né così bene. 
-Perché? - dissi - Gino guadagnerà
-Si, e mangerete fagioli tutti i giorni
-Anche i fagioli sono buoni - disse Riccardo ridendo 
-anzi me ne voglio ordinare subito un piatto.


Alberto Moravia: “La Romana” - ediz. Bompiani 1965, p.93

 


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Normandia. Festa rustica di nozze sull'aia

 

La cena fu semplice e brevissima, contrariamente alle usanze normanne. I convitati parevano paralizzati da un qualche impaccio. Soltanto i due preti, il sindaco ed i quattro possidenti invitati, mostravano un po’ di quella rustica allegria che deve accompagnare gli sposalizi. (…) 
Erano circa le nove; stavano per prendere il caffè. Fuori, sotto i meli del primo cortile, cominciava il ballo campestre. (…) Villici e villanelle saltavano in tondo gridando a squarciagola un selvaggio motivo di ballo accompagnato debolmente da due violini e da un clarinetto (…). Due grossi barili circondati di torce fiammeggianti versavano da bere alla folla. Due serve sciacquavano bicchieri e boccali in un mastello, sotto i rubinetti da cui colava il rosso rivoletto del vino o quello giallo del sidro puro. Ballerini assetati, vecchi tranquilli, ragazze sudate, si pigiavano, allungavano le braccia per prendere un recipiente e versarsi nella gola, a fiotti, rovesciando il capo, la bevanda preferita. Su una tavola c’erano pane, burro, formaggio e salsicce. Ogni tanto qualcuno ne mandava giù un boccone, e sotto il soffitto delle foglie illuminate, quella festa sana e violenta dava, ai convitati che stavano seri seri nella sala da pranzo, una gran voglia di mettersi anche loro a ballare, di bere dal ventre dei fusti capaci mangiando un pezzo di pane imburrato e una cipolla cruda.

Guy de Maupassant, «Una vita», IX ediz.Garzanti 1996, pp.44-45

 


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Un pezzo di formaggio verde e asciutto

 

All’ora di pranzo, Luigia mandò Ilda a chiamarlo. Mangiarono la minestra quasi senza parlarsi; evitando d’irritarsi subito.
(…) Dopo il lesso, egli chiese:
"Non c’è altro?"
Ella rispose:
"Quanti denari ti ritrovi? Se tu vuoi, c’è rimasto, d’una settimana fa, un pezzetto di parmigiano: l’avevo messo da parte io"
"Me lo dia"
(…) Il formaggio, una fettuccina dura accanto alla crosta nera, era diventato verde e asciutto, come quello che si mette nelle trappole dei topi; ma egli lo mangiò lo stesso.

Federigo Tozzi: "Il podere", Fabbri editore, 1994

 


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Un brindisi affaristico patriottico

 

Cominciarono a mangiare i cibi preparati dalle sorelle Dos Reis. Dapprincipio, nessuno si sentiva completamente a suo agio. Mangiavano, bevevano, parlavano, ridevano, ma si avvertiva una inquietudine generale, come se attendessero qualche avvenimento. Il colonnello Ramiro Bastos non mangiava, aveva assaggiato appena un goccio di vino. I suoi occhi acuti passavano da commensale a commensale. Si incattivirono impercettibilmente nel posarsi su Clòvis Costa, sul capitano, su Mundinho. Volle sapere perché non fosse venuto il dottore e si dispiacque per la sua assenza. A poco a poco, però, l’ambiente si andò facendo più allegro e disinvolto. Raccontarono storielle, descrissero le danze di Annabella, elogiarono i cibi delle sorelle Dos Reis.
Finalmente arrivò l’ora del brindisi. Il russo Jacob e Moacir avevano chiesto al dottor Ezequiele Prado di parlare a nome della Società degli Autobus. L’avvocato si alzò in piedi, aveva bevuto molto, sentiva la lingua pastosa, ma quanto più beveva meglio riusciva a parlare, Amancio Leal sussurrò qualcosa al dottor Mauricio Caires, invitandolo a seguire attentamente il discorso. Se Ezequiel, infatti, la cui lealtà politica verso il colonnello Ramiro era vacillante fin dalle ultime elezioni, avesse cominciato ad avanzare commenti sul caso del porto, toccava a lui, Mauricio, rispondergli per le rime.
Levarono tutti i calici, bevvero, Mindinho toccò il bicchiere con il colonnello. Non appena il dottor Mauricio sedette, si alzò il capitano con il bicchiere fra le mani. Anch’egli desiderava fare un brindisi, disse, approfittando di quella festa che segnava un passo avanti nel progresso della zona del cacao. E precisamente desiderava brindare ad un uomo venuto dalle grandi città del sud per investire i suoi beni nella regione e le sue straordinarie energie, per portarvi la sua visione di grande politico, il suo patriottismo.

Da Jorge Amado, «Gabriella garofano e cannella», Einaudi 1989, pp. 197-198

 

 

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